
di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – C’è voluto meno di un giorno perché Donald Trump passasse dalla minaccia apocalittica, “un’intera civiltà morirà stanotte”, alla tregua con l’Iran. Ma il problema non è la giravolta. Il problema è quello che ha lasciato dietro.
Perché oggi, a Washington, Trump non è più solo divisivo. Comincia a essere percepito come tossico e pericoloso.
La guerra con l’Iran ha accelerato tutto. Decisa senza un vero coordinamento con gli alleati, condotta tra minacce estreme e improvvisi ripensamenti, ha prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato: ha indebolito la credibilità americana. Alcuni osservatori parlano già di un possibile “momento Suez”, cioè di un segnale di declino della leadership globale degli Stati Uniti.
E questo si riflette immediatamente sul piano interno.
Perché i democratici hanno alzato il livello dello scontro come non si vedeva da anni. Il senatore Ed Markey ha chiesto apertamente impeachment o 25° emendamento. Il leader alla Camera Hakeem Jeffries ha avviato una discussione formale tra i democratici sulla rimozione del presidente.
Ma soprattutto, sono ormai circa 80 i membri democratici della Camera pronti a sostenere un processo di impeachment. Non è più una posizione marginale. È una linea politica.
E qualcosa sta cambiando anche nell’opinione pubblica. Un sondaggio recente, poi ripreso da Newsweek, indica che la maggioranza degli americani sarebbe favorevole all’impeachment. È un dato da leggere con cautela, ma politicamente pesantissimo: significa che il tema non è più confinato a Washington.
E qui entra il secondo fronte, ancora più pericoloso per Trump: Epstein.
Il caso non si ferma. Anzi. La pressione sul Congresso cresce, anche dopo il licenziamento della Attorney General Pam Bondi, che ora il Dipartimento di Giustizia cerca di sottrarre a una testimonianza chiave prevista per il 14 aprile.
Ma i democratici non mollano. La deputata del New Mexico Melanie Stansbury è tra le più attive nel chiedere accountability, mentre lo stesso Markey insiste per un’indagine completa.
E il punto è che questa pressione sta diventando bipartisan. E poi succede qualcosa di ancora più significativo. La First Lady, Melania Trump, interviene pubblicamente dalla Casa Bianca. Nega qualsiasi legame con Epstein, respinge le accuse, e chiede che le vittime vengano ascoltate dal Congresso. È un gesto raro. Ma soprattutto è un segnale. Perché se la First Lady sente il bisogno di esporsi così, significa che il caso è ormai fuori controllo.
Intanto il popolarissimo podcaster e commentatore conservatore Joe Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, rompe pubblicamente: suggerisce che la guerra con l’Iran possa essere servita a distrarre l’opinione pubblica proprio dal caso Epstein.
Quando una voce così influente, nel mondo maschile e anti-establishment americano, comincia a mettere in dubbio le motivazioni della guerra, significa che la crepa politica e culturale nel mondo MAGA si allarga.
Perché dentro l’amministrazione emerge sempre più chiaramente un altro elemento: l’influenza della destra religiosa radicale.
Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth è uno dei volti di questa linea. Un mondo in cui la guerra viene spesso raccontata come uno scontro di civiltà, con riferimenti religiosi sempre più espliciti. Alcuni leader evangelici arrivano a interpretare il conflitto come parte di una battaglia quasi biblica.
E in questo contesto si inseriscono episodi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili: figure vicine alla Casa Bianca che paragonano Trump a Gesù, parlando di persecuzione, sacrificio, missione.
Una narrativa che rafforza il leader tra i suoi più fedeli, ma radicalizza il sistema e allontana chi non può accettare la glorificazione quasi messianica di un presidente degli Stati Uniti.
E intanto, fuori, l’America si isola.
L’incontro a Washington con il segretario generale della NATO Mark Rutte si trasforma in uno scontro. Trump attacca gli alleati per non aver sostenuto la guerra in Iran, minaccia ritorsioni, riapre persino il dossier Groenlandia.
Dagli alleati pretende obbedienza, ma in realtà è sempre più isolato.
Nel frattempo, l’economia comincia a risentirne. Prezzi dell’energia in salita, inflazione sotto pressione, mercati nervosi. E soprattutto una percezione crescente di instabilità.
Ed è qui che tutto converge.
Guerra, isolamento internazionale, caso Epstein, tensione interna, radicalizzazione ideologica e religiosa.
Il risultato è che Trump rischia di diventare un problema elettorale per il Partito Repubblicano. Non più una risorsa, ma un rischio in vista delle midterm.
Eppure, i repubblicani continuano a tacere. Non per consenso, ma per paura. Perché il sistema Trump funziona ancora così: chi si espone rischia attacchi, campagne, minacce personali e alla famiglia.
Ma fino a quando il sistema Trump può resistere?
Perché quando una leadership comincia a perdere consenso, credibilità internazionale e controllo del proprio stesso campo politico, il passaggio da forza a fragilità può essere improvviso. E questa volta, davvero devastante.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).



















