Tutto il potere del partito a Trump, ma per farne cosa?

 di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – A sei mesi dalle elezioni di midterm, bisogna chiedersi: Donald Trump sta scegliendo candidati per vincere il Paese o sta costruendo un partito sempre più fedele a lui, anche a costo di perdere il Congresso? Il caso Texas ci offre un indizio. Per mesi l’establishment repubblicano ha cercato di fermare Ken Paxton, il procuratore generale texano travolto negli anni da scandali e considerato da molti dirigenti del GOP un candidato disastroso per le elezioni generali. Poi è arrivato l’endorsement di Trump e la partita è finita.

Paxton ha travolto il senatore John Cornyn con quasi trenta punti di vantaggio. Subito dopo la vittoria, gli stessi repubblicani che definivano Paxton inadatto e un rischio per il partito si sono precipitati a sostenerlo. Non perché abbiano cambiato idea. Perché non hanno scelta. Perdere il Texas contro il giovane democratico James Talarico significherebbe mettere a rischio il controllo del Senato.

Sarebbe una catastrofe politica per il GOP. Eppure Trump ha preferito il candidato più fedele al candidato più eleggibile. Trump continua a controllare circa il 70 per cento dell’elettorato repubblicano. Nelle primarie basta e avanza. Nelle elezioni generali, però, serve anche il restante 30 per cento fatto di moderati, indipendenti e conservatori meno ideologici. Sul fronte iraniano, la Casa Bianca continua a oscillare tra promesse di nuovi attacchi e di accordi imminenti.

Per riaprire lo Stretto di Hormuz bisogna trovare una formula che permetta a Washington e Teheran di dichiararsi entrambe vincitrici. Ma il tempo non sembra giocare allo stesso modo per le due parti. Trump ha fretta. Ogni settimana di incertezza pesa sui mercati e soprattutto sul prezzo della benzina. Gli iraniani, invece, sembrano molto meno impazienti. Più passa il tempo, più aumenta la pressione sulla Casa Bianca. E più Teheran può negoziare da una posizione di forza.

In attesa della fumata bianca, resta scottante il caso del controverso fondo da 1,8 miliardi di dollari creato dal Dipartimento di Giustizia per compensare presunte vittime della cosiddetta “weaponization” del governo federale. Molti democratici lo considerano un fondo politico mascherato, ma anche molti repubblicani sembrano nutrire dubbi sulla sua legittimità. Diversi osservatori ritengono infatti che il fondo potrebbe incontrare seri ostacoli legali e costituzionali. Nello stesso clima si inserisce la notizia, riportata da CNN, secondo cui il Dipartimento di Giustizia starebbe valutando un’indagine nei confronti di E. Jean Carroll, la scrittrice che ha accusato Trump di averla aggredita sessualmente e che ha ottenuto quasi 90 milioni di dollari di risarcimento nelle cause civili contro l’ex presidente.

Per i critici di Trump è un altro segnale di una giustizia sempre più piegata alle logiche della vendetta politica. E poi c’è la storia forse più simbolica della settimana. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha mostrato alle telecamere il progetto di una banconota da 250 dollari con il volto di Donald Trump per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti.

La proposta non ha praticamente alcuna possibilità di diventare realtà. La legge vieta di raffigurare persone viventi sulla valuta americana e servirebbe un passaggio al Congresso che oggi appare impossibile. Per questo la domanda non è se la banconota verrà mai stampata, ma perché mostrarla. La risposta è che il messaggio non era rivolto ai mercati ma ai sostenitori di Trump. Non parlava di moneta ma di potere.

La storica della New York University Ruth Ben-Ghiat, studiosa dei regimi autoritari e dei culti della personalità, osserva che il leader deve essere non solo potente ma onnipresente. La sua immagine deve apparire ovunque, persino negli oggetti della vita quotidiana. Ed è forse qui che tutte le storie di questa settimana si incontrano. Sembrano episodi separati, ma in realtà raccontano la stessa dinamica: la trasformazione del Partito Repubblicano in un partito costruito sempre più attorno al culto del leader.

Per molti osservatori, Trump invidia il potere di figure come Xi Jinping e Vladimir Putin, leader eredi di Mao e Stalin e che come loro hanno ridotto a zero la distanza tra il partito, lo Stato e la propria persona. Tra poche settimane gli Stati Uniti celebreranno 250 anni di storia democratica, un’esperienza molto diversa da quella della Cina e della Russia. Eppure la domanda resta legittima: perché Trump sente il bisogno di concentrare nelle proprie mani un controllo sempre più totale del Partito Repubblicano? Nelle democrazie, normalmente, i partiti servono a vincere le elezioni. Nella storia, invece, i leader che hanno costruito un culto della personalità hanno spesso trasformato il partito in uno strumento obbediente per mantenere il potere a ogni costo.

Se il culto di Trump nel Partito Repubblicano sta arrivando perfino a mettere in pericolo le possibilità di vittoria nelle elezioni di novembre, a che cosa serve allora? È una domanda che l’America farebbe bene a non smettere di porsi. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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