250 anni dopo: chi combatte ancora per l’idea di America?

IPA59933729 - F-22 Raptors fly over the White House before President Donald Trump signs "Big Beautiful Bill" during a Fourth of July celebration event on the South Lawn at the White House in Washington on July 4, 2025. Photo by Yuri Gripas/ABACAPRESS.COM

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il 4 luglio gli Stati Uniti celebreranno il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Un traguardo che avrebbe dovuto rappresentare un momento di unità nazionale. E invece arriva nel momento in cui l’America appare più divisa non soltanto sul proprio futuro, ma perfino sul proprio passato. Perché gli Stati Uniti sono un Paese diverso da quasi tutti gli altri. Non nascono da un’etnia, una lingua o una religione comune. Nascono da un’idea: che il potere non appartenga a un re, ma ai cittadini; che tutti gli uomini siano creati uguali e che i diritti dell’individuo precedano quelli dello Stato. È questa l’idea rivoluzionaria contenuta nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Ed è proprio per questo che la domanda più importante, oggi, è forse la più semplice: può sopravvivere un Paese nato da un’idea quando quell’idea non è più raccontata nello stesso modo? A porsi questa domanda è un importante saggio pubblicato da The Atlantic e firmato da Yoni Appelbaum. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano arrivati al loro 250° compleanno senza riuscire più a condividere una narrazione comune della propria storia. Nel servizio interviene anche Jill Lepore, storica di Harvard, che ricorda come l’America sia sempre stata attraversata da una tensione continua: quella tra gli ideali proclamati nel 1776 e il loro tradimento. Negli ultimi decenni questa tensione si è trasformata in una vera guerra culturale.

Da una parte c’è chi racconta gli Stati Uniti quasi esclusivamente attraverso la schiavitù, il razzismo e la supremazia bianca; dall’altra chi reagisce proponendo una storia quasi immacolata, nella quale le pagine più oscure vengono minimizzate o cancellate. Ma, ricordano Lepore e molti altri storici, la forza dell’America non è mai stata quella di essere perfetta, bensì di continuare a confrontare la realtà con gli ideali del 1776. È una promessa mai completamente mantenuta, ma mai del tutto abbandonata. Oggi, però, quella promessa rischia di scomparire anche dai libri di storia.

Nelle scuole si dedica sempre meno tempo alla storia e all’educazione civica; nelle università sono diminuiti i grandi corsi dedicati alla storia nazionale, ma senza una memoria condivisa diventa difficile costruire un futuro condiviso. Per un Paese nato da un’idea, questa è forse la crisi più pericolosa. Il paradosso è che proprio il 250° anniversario avrebbe potuto rappresentare l’occasione per ricostruire quel racconto comune. Invece le celebrazioni ruotano soprattutto attorno alla figura di Donald Trump, una contraddizione storica difficile da ignorare. Gli Stati Uniti nacquero da una rivoluzione contro un sovrano assoluto. I Padri fondatori non combatterono soltanto contro re Giorgio III d’Inghilterra: combatterono contro l’idea stessa che il potere potesse identificarsi con un solo uomo. Per questo costruirono una Costituzione fondata sulla separazione dei poteri, sull’equilibrio tra le istituzioni e sui limiti imposti a chi governa.

Il motto degli Stati Uniti è “E pluribus unum”: “Da molti, uno”. Prima vengono i molti, il popolo, la pluralità delle idee e delle opinioni; solo dopo nasce l’unità della nazione. È l’esatto contrario del culto della personalità. Per questo colpisce vedere una ricorrenza nata per celebrare la forza delle idee trasformarsi, almeno in parte, in una celebrazione del leader. L’America è nata per sostituire il re con la Costituzione, non un sovrano con un altro. Il cuore di quella Costituzione è il Primo Emendamento. Appena 45 parole che garantiscono la libertà di religione, di parola, di stampa, di riunione pacifica e il diritto dei cittadini di rivolgersi al governo per chiedere giustizia. Non è solo una norma giuridica: è il principio che mette la libertà dell’individuo prima del potere dello Stato.

In un altro articolo pubblicato nello stesso numero di The Atlantic, la giornalista Adrienne LaFrance ricorda che il Primo Emendamento non è una reliquia da celebrare una volta all’anno, né una garanzia destinata a sopravvivere da sola. Ogni generazione deve esercitare e difendere quelle libertà. Per questo la ricerca della verità e il diritto di porre domande a chi governa non sono un fastidio per la democrazia, ma il suo sistema immunitario. Quando il potere delegittima sistematicamente chi informa, chi verifica i fatti o chi pone domande scomode, non attacca soltanto i giornalisti: indebolisce il Primo Emendamento e, con esso, l’idea stessa di libertà americana. Anche le istituzioni continuano a ricordare che il cuore dell’esperimento americano non è un uomo forte, ma la Costituzione.

Le recenti decisioni della Corte Suprema, pur tra molte polemiche e profonde divisioni, confermano che il confronto sul significato dei limiti del potere presidenziale continua a svolgersi dentro le regole dello Stato di diritto. È proprio questo sistema di pesi e contrappesi, immaginato dai Padri fondatori, a rappresentare ancora oggi uno dei principali anticorpi della democrazia americana. Ma la speranza non sta soltanto nelle istituzioni. Sta soprattutto nei cittadini americani.

Proprio alla vigilia del 4 luglio, il maggiore dell’Air Force Jason Watson è stato arrestato davanti al Campidoglio dopo aver chiesto l’impeachment del presidente. Si può essere d’accordo o meno con le sue accuse. Ma il significato del suo gesto va oltre la politica. Prima di essere portato via in manette ha recitato il giuramento prestato come ufficiale dell’Air Force: sostenere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti. Non un presidente. Non un partito. La Costituzione.

È questa, forse, la vera sfida del 250° anniversario: non decidere quale versione della storia americana debba vincere, ma se gli Stati Uniti siano ancora capaci di riconoscersi nei principi che li hanno fatti nascere. Nel 1776 gli americani dichiararono che tutti gli uomini erano creati uguali. Da allora hanno spesso tradito quella promessa. Ma hanno anche continuato, generazione dopo generazione, a battersi per renderla un po’ più vera. Forse è proprio questa la definizione più onesta dell’America: non un Paese perfetto, ma una democrazia che continua a esistere finché ci sono giudici, giornalisti, soldati e cittadini disposti a ricordare che nessuno, nemmeno il presidente, è al di sopra della legge.

– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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