Dall’Iran alla sicurezza nazionale, Trump perde controllo e diventa più pericoloso

IPA85329590 - U.S. President Donald Trump makes an announcement on “Beautiful, Clean Coal” in the Oval Office at the White House on June 4, 2026 in Washington, D.C. Trump is announcing a plan to invest $700 million for coal plants and energy infrastructure using the Defense Production Act. (Photo by Samuel Corum/Sipa USA)

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana a Washington Donald Trump è apparso sempre più debole. Ma attenzione: un Trump più debole non è necessariamente meno pericoloso. Anzi, può diventarlo di più. Il presidente sembra sempre più ossessionato dai suoi nemici, sempre più deciso a usare lo Stato come un’estensione del proprio potere personale. E il Partito Repubblicano, che per anni ha obbedito quasi senza fiatare, comincia a mostrare qualche crepa. Non una rivolta. Ma qualcosa che le assomiglia.

Il caso più clamoroso riguarda il fondo da 1,8 miliardi di dollari che l’amministrazione voleva creare per compensare le presunte vittime della cosiddetta “weaponization” della giustizia. In pratica, un fondo che molti critici considerano destinato a premiare alleati politici e fedelissimi di Trump. I democratici hanno tentato di bloccarlo al Senato e tre repubblicani si sono uniti a loro. Non è bastato. La proposta è stata respinta. Ma il dato politico resta: perfino dentro il Gop c’è chi comincia a parlare apertamente di abuso di potere e di rischio costituzionale.

La frattura più significativa riguarda però la guerra con l’Iran. Questa settimana la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che chiede al presidente di interrompere le operazioni militari o ottenere una specifica autorizzazione del Congresso. La misura è in gran parte simbolica: da sola non può fermare la guerra. Ma il suo significato politico è enorme. Per la prima volta dall’inizio del conflitto, quattro deputati repubblicani hanno votato insieme ai democratici contro la Casa Bianca. Trump ha reagito furiosamente, definendoli “cattivi repubblicani”, “esibizionisti” e perfino “anti-patriottici”. Dopo mesi di obbedienza quasi assoluta, una parte del suo partito ha deciso di sfidarlo pubblicamente proprio sulla questione più importante che un presidente possa affrontare: la guerra.

E sullo sfondo continua a emergere un altro elemento significativo: il rapporto sempre più difficile con Benjamin Netanyahu. Le indiscrezioni che arrivano da Washington e Gerusalemme parlano di tensioni crescenti sulla gestione del conflitto e sugli obiettivi finali della campagna contro l’Iran. Trump continua a presentarsi come il leader che vuole chiudere le guerre, ma si trova sempre più impantanato in un conflitto che dura ormai da mesi.

Le crepe si vedono anche sul fronte della sicurezza nazionale. Trump ha nominato direttore ad interim dell’intelligence William Pulte, un uomo senza alcuna esperienza nel settore ma con una qualità che alla Casa Bianca sembra contare più di ogni altra: la fedeltà personale al presidente. La scelta ha provocato proteste bipartisan e rischia di complicare perfino il rinnovo degli strumenti di sorveglianza federale. Ancora una volta il messaggio è lo stesso: la lealtà viene prima della competenza. Lo stesso schema emerge al Pentagono, dove un partecipante all’assalto del 6 gennaio, successivamente graziato da Trump, è stato assunto in un ufficio che si occupa di operazioni speciali e lotta al terrorismo.

Un tempo una notizia del genere avrebbe provocato uno scandalo nazionale. Oggi sembra quasi ordinaria amministrazione. Poi c’è il terremoto che sta travolgendo il giornalismo americano. Il licenziamento dello storico volto di “60 Minutes”, Scott Pelley, dopo lo scontro con la nuova dirigenza della CBS, è diventato il simbolo di una battaglia più ampia. In un momento in cui Trump continua ad attaccare sistematicamente i media tradizionali, vedere una delle istituzioni più prestigiose del giornalismo televisivo americano essere progressivamente smantellata da una nuova dirigenza vicina all’universo Maga dovrebbe far suonare l’allarme rosso per la democrazia americana.

E poi c’è il fantasma che continua a inseguire questa amministrazione: Jeffrey Epstein. Questa settimana l’ex Attorney General Pam Bondi ha dichiarato davanti al Congresso che Todd Blanche, oggi Attorney General ad interim e candidato di Trump per guidare stabilmente il Dipartimento di Giustizia, era responsabile dell’intera gestione e pubblicazione dei file Epstein.

È una vicenda che continua a generare polemiche, accuse incrociate e richieste di nuove audizioni. E arriva proprio mentre Blanche è già sotto pressione per il controverso fondo da 1,8 miliardi di dollari e per una serie di decisioni che molti considerano motivate più dalla fedeltà politica che dall’interesse pubblico.

Alla fine, tutte queste storie raccontano la stessa cosa. Non siamo di fronte a un Trump onnipotente. Siamo di fronte a un Trump nervoso, sempre più isolato, che vede crescere le critiche perfino dentro il suo partito e che reagisce come ha sempre fatto: attaccando, intimidendo, chiedendo fedeltà assoluta. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare. Perché nella storia americana i presidenti più pericolosi non sono stati quelli al culmine del loro potere. Sono stati quelli che sentivano il potere sfuggirgli di mano e hanno cercato di trattenerlo con ogni mezzo.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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