Trump traballa, ma anche i democratici tremano

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La politica americana questa settimana è stata scossa da due terremoti. Da una parte Donald Trump, sempre più nervoso, sempre più isolato dentro il suo stesso partito, anche se ancora protetto da una Corte Suprema che continua a concedergli vittorie decisive sull’immigrazione.

Dall’altra il Partito Democratico, che mentre vede Trump traballare non riesce però a presentarsi come un’alternativa compatta. Anzi: da New York arriva una scossa politica che fa tremare l’establishment democratico quasi quanto Trump fa tremare quello repubblicano. Partiamo dal presidente.

A Capitol Hill, durante un pranzo con i senatori repubblicani, Trump si è scontrato duramente con alcuni membri del suo partito sulla guerra con l’Iran. Il punto è sempre lo stesso: una guerra che doveva durare poche settimane entra ormai nel quarto mese, è costata decine di miliardi di dollari e non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

Quattro senatori repubblicani hanno votato con i democratici per limitare i poteri di guerra del presidente. Trump li ha definiti “losers” e li ha accusati di aiutare il nemico. Il segnale è che una parte del Partito Repubblicano comincia a non voler più pagare il prezzo della sua avventura iraniana.

Per Trump l’Iran sarebbe “alle corde”, pronto a concedere tutto. Ma la realtà racconta altro. Teheran detta ancora il ritmo della trattativa, controlla lo Stretto di Hormuz e gli stessi iraniani parlano apertamente di una Casa Bianca “disperata” di portare a casa un accordo.

Proprio questa settimana è arrivato in libreria Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, il nuovo libro dei giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan. Dopo aver anticipato le rivelazioni sul panico della Casa Bianca per il caso Epstein, il volume descrive un’amministrazione governata da una cerchia ristrettissima di fedelissimi, dove perfino ministri e alti funzionari vengono spesso esclusi dalle decisioni più delicate.

Gli stessi autori raccontano di aver ricostruito conversazioni private grazie alle loro fonti, al punto che molti dialoghi sembrano trascrizioni di registrazioni. Ma chi è la talpa che ha aperto loro le porte della Casa Bianca?

Ma mentre Trump litiga con i suoi, la Corte Suprema gli regala due vittorie pesantissime sull’immigrazione. Con decisioni divise sei a tre, la maggioranza conservatrice ha permesso all’amministrazione di revocare le protezioni temporanee per centinaia di migliaia di haitiani e migliaia di siriani, oltre a rafforzare i poteri dell’esecutivo nelle espulsioni.

È un colpo durissimo per comunità che vivevano e lavoravano legalmente negli Stati Uniti. Ed è anche un segnale: Trump può essere più fragile politicamente, ma sul piano istituzionale continua ad avere alleati potentissimi.

Poi c’è il caos interno. Trump ha bloccato all’improvviso una legge bipartisan sulla casa, già pronta per il voto, perché pretende prima l’approvazione del SAVE Act, la sua legge sull’identificazione obbligatoria degli elettori. Ufficialmente si tratta di combattere i brogli. Politicamente è un altro passo verso la centralizzazione del controllo federale sul sistema elettorale.

È qui che il trumpismo mostra il suo volto più autoritario. Ogni emergenza diventa un pretesto per concentrare potere. Ogni possibile sconfitta viene trasformata in un complotto da prevenire. Ogni istituzione indipendente viene descritta come un ostacolo.

Poi c’è il disastro delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Il Reflecting Pool davanti al Lincoln Memorial, che Trump aveva promesso di trasformare in un gioiello del 250° anniversario dell’indipendenza americana, è diventato verde, invaso dalle alghe. Doveva rappresentare la rinascita dell’America. È diventato quasi una metafora della sua presidenza: grandi annunci, lavori costosissimi, risultati imbarazzanti.

L’anniversario dell’indipendenza sembra ormai meno una festa nazionale e più un gigantesco comizio elettorale costruito attorno alla figura del presidente.

Ma se Trump traballa, anche i democratici tremano. Da New York è arrivato un terremoto destinato a farsi sentire ben oltre Manhattan. Nelle primarie democratiche, i candidati sostenuti dal sindaco socialista democratico Zohran Mamdani, con l’appoggio di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, hanno sconfitto diversi esponenti dell’establishment del partito. Non è stata soltanto una vittoria locale: è stato un segnale politico fortissimo. Una parte crescente della base democratica non vuole più soltanto battere Trump; vuole rifondare il Partito Democratico, spostandolo decisamente più a sinistra.

E non è un caso isolato. Scosse simili erano già arrivate da Washington, dall’Oregon e da altre realtà progressiste del Paese.

Casa, sanità, costo della vita e lotta alle disuguaglianze: la nuova sinistra democratica parla un linguaggio che mobilita soprattutto i giovani, mentre il vecchio establishment appare sempre più in difficoltà a mantenere il controllo del partito.

Così, mentre Trump continua a spingere il Partito Repubblicano verso un modello sempre più personale e autoritario e la sinistra trascina i democratici sempre più a sinistra, l’America appare stretta tra due terremoti politici.

Il rischio è che, insieme ai due partiti, a perdere l’equilibrio sia l’intera democrazia americana.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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