Trump e la prova generale della prossima Big Lie

IPA86751214 - July 16, 2026, Washington, District Of Columbia, USA: United States President Donald J Trump addresses the nation from in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, on Thursday, July 16, 2026 (Credit Image: © Saul Loeb - Pool Via Cnp/CNP via ZUMA Press Wire)

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Donald Trump giovedì sera non ha parlato del passato. Ha parlato del futuro. Formalmente il Presidente degli Stati Uniti ha dedicato il suo raro discorso televisivo alle elezioni del 2020, tornando ancora una volta a sostenere, senza prove riconosciute dalle autorità e dai tribunali, che gli siano state rubate.

Ma in realtà il vero messaggio era rivolto alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Trump ha definito il sistema elettorale americano “così rotto e così vulnerabile che nessuno può difenderlo”. Ha accusato membri del cosiddetto deep state di aver “nascosto e minimizzato l’entità delle interferenze della Cina”, presentando nuovi documenti dell’intelligence appena desecretati che dovranno ora essere analizzati e verificati. Ha anche attaccato su supposti “centinaia di migliaia” di non cittadini che votano regolarmente.

A eccezione di Fox News, ABC, NBC, CNN e MSNBC hanno scelto di non trasmettere in diretta il discorso presidenziale, una decisione che riflette la preoccupazione per il rischio di diffondere in tempo reale affermazioni non ancora verificabili. E per qualcuno non è solo una coincidenza che la Casa Bianca convochi un raro discorso alla nazione proprio mentre l’amministrazione attraversa una delle settimane più difficili, tra il sempre vivo caso Epstein, le audizioni al Senato dei candidati alla Giustizia e all’Intelligence e le crescenti proteste per gli immigrati (anche regolari) uccisi in strada dall’ICE. Joseph Goebbels viene spesso citato per la teoria della “grande menzogna”. In realtà fu il suo capo, Adolf Hitler, nel Mein Kampf, a descrivere il principio secondo cui una falsità tanto enorme può diventare credibile proprio perché la maggior parte delle persone fatica a immaginare che qualcuno possa inventarla. Non è un paragone tra Trump e Hitler, ma il richiamo a una tecnica di propaganda conosciuta da oltre un secolo: ripetere una menzogna fino a renderla familiare.

Le conseguenze della “Big Lie” non appartengono solo ai libri di storia. Furono migliaia di persone convinte che le elezioni fossero state rubate ad assaltare il Campidoglio il 6 gennaio 2021 nel tentativo di impedire al Congresso di certificare la vittoria di Joe Biden. Oggi Trump torna a evocare quelle stesse accuse da Presidente degli Stati Uniti. Per gli americani tutto questo assume un significato ancora più profondo. Gli Stati Uniti sono il Paese del never give up. Chi perde può rialzarsi e riprovarci.

Ma esiste una figura che la cultura americana ha sempre guardato con particolare disprezzo: il sore loser, il cattivo perdente, quello che rifiuta il verdetto e sostiene che la partita fosse truccata. Per generazioni è stato considerato l’esatto contrario dello spirito americano. Oggi quella figura siede nello Studio Ovale. Ed è proprio qui che il discorso di questa sera diventa importante.

Il vero obiettivo non sembra essere il 2020, ma novembre 2026. È sembrata quasi una prova generale: un test politico per misurare fino a che punto l’opinione pubblica americana, non solo quella repubblicana ma anche quella democratica e indipendente, sia disposta ad accettare l’idea che anche le prossime elezioni possano essere messe in discussione prima ancora di svolgersi.

La differenza rispetto al 2021 è enorme. Allora Trump era un presidente sconfitto. Oggi è il Presidente in carica e utilizza il peso della Casa Bianca, dell’intelligence e del Dipartimento di Giustizia per cercare di dare autorevolezza alla stessa narrazione. Emblematica è stata l’audizione al Senato di Todd Blanche, candidato alla conferma come Attorney General. Alla domanda sul suo rapporto con Trump ha risposto istintivamente: “Sono il suo avvocato.” Poi si è corretto: “Ero il suo avvocato.” Un lapsus che ha raccontato più di molte risposte. Blanche arriva però alla conferma in una posizione già gravemente indebolita.

Pochi giorni fa una giudice federale ha demolito il controverso accordo tra Dipartimento di Giustizia e IRS, criticando duramente il suo operato e disponendo la trasmissione degli atti agli organi disciplinari, compreso l’Ordine degli avvocati di New York. Un fatto eccezionale per chi aspira a guidare il Dipartimento di Giustizia. Eppure, anche se il Senato dovesse respingere la sua nomina, Trump potrebbe comunque mantenerlo come Acting Attorney General.

Intanto cresce anche lo scontro con la stampa. Il New York Times ha chiesto ai giudici di annullare le citazioni rivolte ai propri giornalisti nell’inchiesta sulla fuga di notizie sul nuovo Air Force One. Un’altra vicenda in cui torna sotto pressione il Primo Emendamento.

La vera risposta al discorso di Trump, però, non arriverà questa sera dai commentatori televisivi. Arriverà nei prossimi giorni. Ci saranno manifestazioni spontanee? Proteste? Oppure l’America archivierà tutto come l’ennesima provocazione, mentre milioni di persone si preparano al weekend estivo? Anche questo dirà molto. Perché se un Presidente può tornare a mettere in dubbio il sistema elettorale americano senza provocare una reazione significativa dell’opinione pubblica, allora il vero test di questa sera non riguardava soltanto Donald Trump. Riguardava l’America. La posta in gioco non è più il passato, è la fiducia degli americani nelle prossime elezioni e, forse, nella sopravvivenza stessa della loro democrazia.

– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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