Attenti a Trump, anatra zoppa che può far ancora tanto male

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il Blunami ha travolto Trump, ma il 3 novembre non hanno vinto soltanto i democratici, si è risvegliata l’America della decenza, dell’onestà, del rispetto delle regole. Quella che rifiuta le bugie, gli eccessi del potere e la politica dell’odio. Quasi 125 milioni di americani sono andati a votare. I democratici hanno conquistato Camera e Senato, strappando ai repubblicani Stati considerati inespugnabili.

In Georgia, Jon Ossoff è stato rieletto senatore e crescono le sue ambizioni presidenziali. Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna afroamericana governatrice dello Stato. In Ohio ha vinto Amy Acton. In Iowa Josh Turek, atleta in sedia a rotelle e due volte oro paralimpico nel basket, è stato eletto senatore. In New Mexico Deb Haaland è diventata la prima donna nativa americana eletta governatrice. In Michigan Abdul El-Sayed sarà il primo musulmano al Senato. L’immagine più commovente arriva da Minneapolis. Dopo aver votato, migliaia di cittadini sono andati ai memoriali di Renée Good e Alex Pretti, uccisi a gennaio dagli agenti federali durante le operazioni anti-immigrazione. Hanno lasciato sulle loro fotografie il piccolo adesivo ricevuto ai seggi: “I Voted”, ho votato. Un gesto tanto silenzioso quanto potentissimo.

Ma la rivoluzione più clamorosa è avvenuta in Texas. James Talarico ha conquistato il Senato battendo il candidato di Trump, Ken Paxton, mentre Gina Hinojosa è diventata la prima governatrice ispanica dello Stato. Già, il Texas! Il più grande bastione repubblicano nella corsa alla Casa Bianca, insieme alla Florida. È stato proprio il governatore della Florida, Ron DeSantis, ad ammettere che dopo il disastro texano il suo Stato è rimasto l’ultimo grande baluardo repubblicano. Il discorso della vittoria di Talarico è forse il più bello di queste elezioni. Ha ricordato Davide contro Golia. Da una parte il candidato sfavorito, dall’altra Trump, Elon Musk e centinaia di milioni di dollari spesi per sconfiggerlo. “Voi siete stati la mia fionda”, ha detto ai texani, ricordando che nessuna montagna di denaro può sconfiggere la volontà popolare e che la politica dell’amore alla fine prevale su quella delle divisioni.

Ecco la sostanza del Blunami: non soltanto un voto contro Trump, ma la richiesta di un’altra America. Adesso però comincia la parte più difficile. Trump, nella notte della disfatta, ha promesso di rispettare il risultato e collaborare con i democratici. Poche ore dopo ha esibito sui social un cappellino MAGA con una parola: VETO e ha scritto: ricordatevi che il presidente sono ancora io. Intanto Wall Street giovedì è caduto del 4%, una discesa causata dalle magre previsioni che si abbattono sugli investimenti nell’AI, dato che queste aziende ora risultano orfane dei loro protettori, i governatori trumpisti che agevolavano la costruzione di mega data center.

Sicuramente Trump ora è un’anatra zoppa, il lame duck. Normalmente, dopo una disfatta simile, un presidente cerca di limitare i danni e preparare l’uscita. Trump invece non riesce neppure ad ammettere l’idea di aver perso. Il 4 novembre ha detto, sentite sentite, che se lui fosse stato sulla scheda elettorale avrebbe vinto. Soprattutto non può sopportare di scomparire dalle prime pagine. Da gennaio, il Congresso democratico potrà bloccare leggi, controllare finanziamenti, convocare ministri e aprire indagini.

Ma ecco la spada di Damocle che incombe su Trump: i file Epstein, gli affari della famiglia Trump, le criptovalute, gli investimenti di Jared Kushner nei Paesi del Golfo e i possibili conflitti d’interesse. La prima testa a cadere sarà quella del segretario alla “Guerra” Pete Hegseth. I democratici preparano il suo impeachment per la guerra in Iran da lui incoraggiata. E anche i repubblicani potrebbero volerlo sacrificare per prendere le distanze dalla disfatta. Un capro espiatorio che potrebbe fare comodo persino a Trump.

Il vicepresidente JD Vance ha già attribuito alla guerra in Iran la ragione principale della sconfitta elettorale. Secondo alcune indiscrezioni, persino il segretario di Stato Marco Rubio starebbe valutando di lasciare l’amministrazione per salvare le proprie ambizioni presidenziali. Lui smentisce.

Il paradosso è straordinario: fino a ieri, per vincere le primarie repubblicane bisognava essere vicini a Trump. Da oggi sembra diventare indispensabile prenderne le distanze. Eppure un Trump paralizzato in patria potrebbe cercare all’estero le crisi necessarie per tornare protagonista. Il presidente conserva il comando delle forze armate e può ordinare operazioni militari prima che il Congresso riesca a fermarlo. I democratici potranno tentare di bloccare i finanziamenti alla guerra in Iran, ma serviranno tempo, voti e una strategia capace di superare il veto. Ecco perché Trump potrebbe diventare più pericoloso proprio adesso. Il Blunami elettorale del 3 novembre ha travolto il trumpismo. Adesso il Congresso dovrà vigilare e impedire che Trump, da Golia sconfitto, si trasformi in un Sansone disperato, pronto a far crollare il tempio su sé stesso e sul mondo intero.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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