Trump, il boomerang elettorale

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Mancano meno di quattro settimane alle elezioni americane del 3 novembre e in diversi Stati si vota già per posta. Donald Trump gira come una trottola per salvare i candidati repubblicani in difficoltà ma il paradosso è che molti di quei candidati sono in difficoltà proprio per colpa sua.

Trump chiamato in soccorso quando i candidati del GOP scendono nei sondaggi, ma più interviene il presidente e più rischia di trascinarli ancora più giù.

Mercoledì Trump era in Texas per sostenere Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato contro il democratico James Talarico. Persino il governatore repubblicano Greg Abbott ha preferito non partecipare.

I sondaggi spiegano perché Trump sia corso in Texas: secondo YouGov e New York Times/Siena, Talarico è avanti di sei punti su Paxton, mentre un sondaggio pubblicato proprio giovedì li dà alla pari. Un risultato comunque sorprendente in uno Stato che Trump aveva vinto con quasi 14 punti di vantaggio!

Trump insiste: “I miei comizi stanno salvando ancora una volta il Partito Repubblicano!”. I sondaggi raccontano una storia diversa. Secondo Reuters/Ipsos, soltanto il 32% degli americani approva il suo operato.

Clamorosi i nuovi sondaggi CNN pubblicati giovedì. In Ohio, Stato vinto da Trump con undici punti di vantaggio, il democratico Sherrod Brown guida la corsa al Senato con il 49% contro il 43% del repubblicano Jon Husted. Nella sfida per il governatore, la democratica Amy Acton supera di otto punti il repubblicano Vivek Ramaswamy.

In Iowa, dove Trump vinse con tredici punti di margine, la corsa al Senato è praticamente alla pari: 45% per la repubblicana Ashley Hinson, 43% per il democratico Josh Turek.
In Ohio appena il 36% approva Trump, in Iowa il 41%. Circa tre elettori su quattro ritengono che le sue politiche abbiano fatto aumentare il costo della vita.

Il New York Times racconta un fenomeno interessante: non necessariamente un’ondata blu, ma una red undertow, una risacca rossa. Repubblicani che hanno votato Trump anche tre volte e che adesso, delusi, potrebbero semplicemente restare a casa.

Perché questa disillusione? Soprattutto per due promesse tradite: niente nuove guerre e prezzi più bassi.

Invece è arrivata la guerra contro l’Iran, con la benzina salita oltre quattro dollari al gallone. I dazi hanno aggravato le preoccupazioni economiche mentre milioni di americani continuano a fare fatica con affitti, spesa e bollette.

Persino sull’immigrazione, il terreno tradizionalmente più favorevole a Trump, le operazioni aggressive dell’ICE hanno suscitato polemiche.

Il conservatore Bill Kristol osserva che più Trump trasforma queste elezioni in un referendum su se stesso, più favorisce i democratici. Qualcuno prevede addirittura uno tsunami elettorale.

Il problema più inquietante, però, riguarda proprio il voto. L’amministrazione Trump ha deciso di non invitare gli osservatori internazionali dell’OSCE, presenti alle elezioni federali americane dal 2002. Una scelta che accomuna Washington, su questo punto, a Russia e Bielorussia.

Intanto emergono particolari inquietanti. Nel programma di Chris Hayes su MS NOW sono stati illustrati documenti ottenuti da Democracy Forward: il Dipartimento per la Sicurezza interna e l’ICE hanno acquisito decine di milioni di registrazioni elettorali e valutato l’impiego di agenti sotto copertura per indagare su organizzazioni impegnate nella registrazione degli elettori, anche in Stati decisivi come Pennsylvania e New Jersey.

Non solo, alcuni osservatori temono che, dopo il voto, possano essere tentati sequestri di schede o macchine elettorali con il pretesto di cercare brogli. Non ci sono prove che un simile piano sia stato deciso, ma la preoccupazione cresce.

Secondo un’inchiesta di The Atlantic, persino all’interno dell’FBI ci sarebbero funzionari allarmati per il ruolo che l’agenzia potrebbe assumere nelle prossime elezioni. Il governo sostiene di voler prevenire frodi. I critici denunciano invece il rischio di intimidire gli elettori.

Così l’attore Robert De Niro, durante una manifestazione a New York, ha lanciato un appello durissimo contro Trump: “Giù le mani dal nostro voto!”. Parole accompagnate da pesanti insulti, ma soprattutto da un avvertimento ai democratici: vigilare e prepararsi a difendere le elezioni.

Che cosa quindi potrebbe accadere nella notte fra il 3 e il 4 novembre, se i repubblicani subiranno lo tsunami previsto da alcuni analisti? Trump riconoscerà il risultato? Cercherà un’intesa con un Congresso democratico? Oppure tornerà a denunciare brogli, interferenze straniere e voti illegittimi, come fece dopo il 2020?

L’ex stratega repubblicano Steve Schmidt teme proprio questo scenario: un presidente sconfitto politicamente, ma ancora dotato di enormi poteri, pronto a contestare la legittimità del nuovo Congresso.

Non sappiamo come finirà. Il 3 novembre gli americani decideranno chi controllerà il Congresso. Quello che ancora non sappiamo è se Donald Trump sarà disposto ad accettare la loro decisione. È questa, per la democrazia americana, la sfida più pericolosa.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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