di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è stato un momento, questa settimana, in cui l’America è rimasta incantata, quando a parlare non era un presidente, ma un re. Carlo III d’Inghilterra, arrivato a Washington, ha pronunciato un discorso al Congresso in cui ha “tirato le orecchie” a Donald Trump senza mai nominarlo. Lo ha fatto in perfetto stile british, con eleganza e humor, ma soprattutto con i fatti. Ha ricordato che il principio dei “checks and balances” affonda le sue radici nella Magna Carta del 1215, e che il potere esecutivo deve sempre essere sottoposto alla legge. Un messaggio diretto a chi sembra voler espandere i poteri presidenziali oltre ogni limite. La sala si è alzata in piedi con l’applauso più convinto. Charles ha richiamato con forza il sostegno all’Ucraina e il valore della NATO, ricordando come dopo l’11 settembre gli alleati “risposero insieme” agli Stati Uniti. Un passaggio tutt’altro che neutrale, pronunciato mentre in sala, alle sue spalle, sedeva il vicepresidente JD Vance, tra i più critici verso il sostegno a Kiev. Un richiamo implicito ma chiarissimo.
Ha insistito sull’ambiente, parlando di una responsabilità condivisa nella difesa della natura, mentre l’amministrazione americana continua a smantellare politiche sul clima. E poi, con una frase apparentemente neutra, ha evocato le vittime degli abusi nelle nostre società. Un passaggio che molti hanno letto come un riferimento indiretto al caso Epstein, che ha coinvolto anche la famiglia reale britannica con lo scandalo del principe Andrew. Alla cena di gala alla Casa Bianca, il Re ha completato il quadro con il suo celebre humor: ricordando la battuta di Trump secondo cui senza gli americani gli inglesi parlerebbero tedesco, ha replicato che senza gli inglesi gli americani parlerebbero francese. Risate in sala, ma il messaggio resta: la storia conta e le alleanze anche. Per una sera, Trump è sembrato quasi ipnotizzato dal glamour reale, così come dalla compostezza di re Charles e della regina Camilla. Ma l’America resta profondamente spaccata e instabile.
Sabato, un uomo armato ha tentato di attaccare la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca. Il sospetto, Cole Tomas Allen, è stato fermato prima di raggiungere la sala dove erano presenti il presidente e la First Lady. Un gesto che riapre il tema della violenza politica. Trump ha reagito accusando democratici e media di “incitare odio”. Ma criticare un leader per le sue tendenze autoritarie, soprattutto quando quel leader usa quotidianamente un linguaggio aggressivo e intimidatorio, non equivale a giustificare la violenza. Significa informare i cittadini sui rischi per la democrazia, che negli Stati Uniti ha ancora strumenti solidi di difesa: il voto, le istituzioni, i tribunali. Eppure Trump e molti repubblicani provano a capitalizzare politicamente anche questo episodio. Lo si è visto nell’intervista a 60 Minutes, dove il presidente ha imprecato contro la giornalista Norah O’Donnell per aver citato il manifesto dell’attentatore, in cui si faceva riferimento alla presenza di pedofili ai vertici del potere. Un nervo scoperto.
Nel frattempo, mercoledì la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, ha preso una decisione cruciale sul Voting Rights Act, che rischia di ridisegnare le mappe elettorali a favore dei repubblicani. Stati come Florida e Louisiana si stanno già muovendo per sfruttare il nuovo quadro legale, che ostacolerà la rappresentanza per alcune minoranze e garantirà più controllo politico a chi è già al potere. Sempre al Congresso, il segretario alla “Guerra” Pete Hegseth è stato protagonista di un’audizione durissima. Prima ha attaccato, definendo i deputati democratici e alcuni repubblicani “il più grande ostacolo” per lo sforzo militare contro l’Iran, per poi essere a sua volta messo sotto accusa per mancanza di strategia e assoluta incompetenza. Dai dati emersi, la guerra in Iran è già costata 25 miliardi di dollari, mentre il nuovo budget del Pentagono arriva a 1.45 trilioni. Numeri che creano tensioni anche dentro al Partito Repubblicano.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia guidato dall’acting Attorney General Todd Blanche ha rilanciato la campagna contro i nemici politici con una nuova incriminazione contro James Comey, basata su un post con il numero “86-47”, realizzato con delle conchiglie, interpretato come minaccia al presidente da parte dell’ex direttore dell’FBI. Un caso che i democratici, e non solo loro, vedono come un ulteriore segnale di uso politico della giustizia. Intanto la Federal Reserve resiste alle pressioni della Casa Bianca e non abbassa i tassi, aumentando la tensione con le istituzioni indipendenti. Fino a che punto può spingersi questo sistema prima di rompersi? Questa settimana, a Washington, a quasi 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, la risposta sui limiti del potere in democrazia è arrivata proprio da un re. Il pronipote di quel sovrano contro cui gli americani si ribellarono per fondare la loro Repubblica ha ricordato che il potere non è mai sopra la legge. E non dovrebbe mai comportarsi come se lo fosse.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).



















