di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Donald Trump continua a dire che gli Stati Uniti contro l’Iran “hanno vinto”. Però ogni volta aggiunge una frase diversa. Prima dice che la guerra era “finita nella prima ora”. Poi che bisogna “finire il lavoro”. Poi che bisogna capire “quando fermarsi”. Se gli obiettivi cambiano ogni giorno, vuol dire che anche la strategia era inesistente. Più passano i giorni, più appare chiaro che l’amministrazione Trump ha miscalcolato la reazione dell’Iran. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche e valutazioni dell’intelligence, il regime di Teheran non è affatto sul punto di crollare. Anzi. La guerra ha prodotto l’effetto opposto: ha rafforzato il nazionalismo interno e consolidato il sostegno al governo. Nel frattempo l’economia globale paga il prezzo del conflitto. Il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è di fatto paralizzato. Il mercato azionario americano ha registrato la peggiore giornata dall’inizio della guerra e il prezzo della benzina negli Stati Uniti continua a salire. Tradotto: la guerra buca le tasche degli americani. E il conto cresce rapidamente anche per il bilancio federale. Secondo il Pentagono, i primi tredici giorni di guerra sono già costati circa 11 miliardi di dollari.
Intanto un’inchiesta del New York Times ha ormai stabilito che il missile che ha colpito la scuola elementare femminile di Minab, nel sud dell’Iran, era americano. Nell’attacco sono morte oltre 170 persone, in gran parte bambine. Secondo le ricostruzioni emerse finora, il Pentagono avrebbe utilizzato dati obsoleti sugli obiettivi militari nella zona: l’edificio era stato in passato una struttura militare, ma da tempo era stato convertito in scuola. Alcuni critici puntano il dito contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusato di aver smantellato proprio gli uffici del Pentagono incaricati di valutare i rischi per i civili nelle operazioni militari. Negli ultimi giorni i canali ufficiali dell’amministrazione Trump hanno pubblicato una serie di video surreali sui social. Scene tratte da film come Gladiator o Braveheart, immagini di bombardamenti reali mescolate a grafiche da videogame. Missili che colpiscono bersagli con contatori di punti sullo schermo. In uno degli ultimi video la Casa Bianca ha persino inserito immagini di partite di football americano, montate come se le mete segnate dai giocatori fossero equivalenti agli attacchi missilistici sui bersagli iraniani. Un paragone che ha provocato proteste immediate tra giocatori e commentatori sportivi.
Secondo il Guardian, questi video sono creati per parlare a una nicchia molto specifica: giovani uomini della destra online americana. E tutto questo accade mentre la stessa amministrazione Trump ha indebolito la diplomazia americana, proprio lo strumento che serve anche durante le guerre. La politologa della Columbia University Elizabeth Saunders lo ha spiegato chiaramente: la diplomazia è uno degli strumenti che permettono di gestire una guerra e, soprattutto, di farla finire. Eppure negli ultimi mesi l’amministrazione Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno svuotato il Dipartimento di Stato, lasciato decine di ambasciate senza guida e ridotto drasticamente la capacità diplomatica americana. Nel frattempo, per cercare di abbassare i prezzi dell’energia, l’amministrazione Trump ha deciso di allentare temporaneamente alcune sanzioni sul petrolio russo, permettendo a milioni di barili già in mare di raggiungere i mercati globali. Così mentre Washington combatte l’Iran, Mosca incassa. Il petrolio più caro rafforza l’economia russa e alimenta la macchina di guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina.
E sarebbe questa la “vittoria” di Trump? C’è anche un’altra interpretazione sui motivi di questa “guerra per scelta”. Prima dell’escalation con l’Iran, la politica americana era travolta dagli Epstein Files. Poi è scoppiata la guerra. E improvvisamente i grandi network parlano quasi solo di petrolio, missili e sicurezza nazionale. Non sorprende allora che un nuovo sondaggio a cura di Drop Site, Zeteo e Data for Progress mostri che la maggioranza degli americani crede che Trump abbia lanciato la guerra anche per distrarre dallo scandalo Epstein. Sui social qualcuno ha già ribattezzato l’operazione: Operation Epstein Fury. Già, Trump qui ha vinto: è riuscito a cambiare il ciclo delle notizie. Ma le guerre usate come distrazione hanno un problema: prima o poi presentano il conto. E quel conto arriva sotto forma di benzina più cara, mercati in caduta, alleati irritati e obiettivi militari sempre più confusi. Con le elezioni di novembre che si avvicinano, Trump sa che se questa guerra continua così i repubblicani rischiano di perdere non solo la Camera ma forse anche il Senato. Non a caso spinge il Congresso verso leggi elettorali sempre più restrittive. Trump vuole continuare a governare con il caos. Ma il caos, prima o poi, smette di obbedire.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).





















