
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana l’America ha assistito a qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile: il crollo pubblico della credibilità del suo stesso sistema di giustizia. E il simbolo di questo crollo ha un nome preciso: Pam Bondi. Davanti al Congresso, nella sua audizione sugli Epstein files, il procuratore generale degli Stati Uniti non ha difeso la giustizia. Ha difeso il presidente. Per ore ha attaccato i parlamentari, evitato le domande cruciali e soprattutto ha ignorato le vittime.
Undici sopravvissute agli abusi di Jeffrey Epstein erano sedute nella sala. Donne che da minorenni sono state sfruttate, trafficate, abusate. Quando a Bondi è stato chiesto di voltarsi verso di loro e chiedere scusa per anni di ritardi, opacità ed errori del Dipartimento di Giustizia, si è rifiutata. Non si è girata. Quell’immagine resterà. È la fotografia politica di questo momento.
Ma c’è un dettaglio che ha reso la scena ancora più devastante. Incalzata sui nomi ancora secretati nei file Epstein, Bondi ha iniziato a parlare dell’andamento della Borsa. Record di Wall Street. Il successo economico sotto Trump, definito da lei più volte “il più grande presidente della storia degli Stati Uniti”. Il messaggio implicito è terribile: se la finanza vola, il resto può aspettare. Anche la verità sui crimini. Anche la giustizia. Anche le responsabilità di uomini potenti accusati di aver abusato di minorenni. E non è finita. In uno dei documenti mostrati durante l’audizione si è intravisto che il Dipartimento di Giustizia stava monitorando i parlamentari che accedevano ai file non redatti. In altre parole, mentre il Congresso cercava di esercitare il proprio potere di controllo, l’esecutivo osservava chi stava leggendo cosa.
Intanto gli Epstein files continuano a emergere. E quello che si delinea non è solo la storia di un predatore sessuale, ma quella di una rete di potere che per anni ha garantito protezione e impunità a chi frequentava quel mondo. Una rete in cui, secondo documenti e testimonianze, sono stati commessi abusi gravissimi anche contro minorenni. Molti nomi restano secretati. La sensazione, bipartisan, è devastante: l’impunità garantita ai potenti, mentre la giustizia per tutti gli altri può aspettare.
La deputata repubblicana Nancy Mace, parlando accanto alle vittime fuori dal Congresso, ha dichiarato di aver perso fiducia nel sistema giudiziario ma non nelle sopravvissute. Ha parlato di uno dei più grandi insabbiamenti della storia americana e ha promesso di non fermarsi finché tutti i responsabili e i complici non saranno esposti. Parole durissime. E arrivano dal Partito Repubblicano. Il caso Epstein non è più una battaglia di parte. È evidente che le protezioni attorno a Epstein hanno attraversato amministrazioni di ogni colore politico, da Bush a Obama, dal primo Trump a Biden. Intanto l’amministrazione Trump appare incapace, o non disposta, a rompere davvero quel sistema di impunità che per anni ha protetto crimini sessuali commessi anche contro bambini all’interno di un’élite economica, politica e culturale.
Nel frattempo, su altri fronti, l’amministrazione avanza e arretra. In Minnesota, dopo mesi di proteste, sparatorie e migliaia di arresti, la Casa Bianca ha annunciato il ritiro di gran parte degli agenti federali dell’immigrazione. Un’operazione che aveva trasformato Minneapolis in un laboratorio di forza federale senza precedenti. Presentata come un successo operativo, in realtà è una ritirata dopo la pressione delle proteste e dei video dei cittadini che hanno documentato gli abusi. Sul fronte ambientale il colpo è epocale. L’amministrazione ha cancellato il principio scientifico che permetteva al governo federale di limitare le emissioni responsabili del cambiamento climatico. In sostanza, Washington rinuncia ufficialmente a combattere il riscaldamento globale, isolando gli Stati Uniti dal resto del mondo.
E c’è poi una notizia passata quasi sotto silenzio. Il Dipartimento di Giustizia ha tentato di incriminare alcuni parlamentari per un video in cui ricordavano ai militari di non obbedire a ordini illegali. Tra loro il senatore Mark Kelly e la senatrice Elissa Slotkin. Un gran giurì ha rifiutato l’incriminazione. Il caso è crollato. Segno che una parte delle istituzioni americane resiste ancora. Questa è l’America di oggi. Un potere sempre più personalizzato e aggressivo. Istituzioni e società civile che cercano di contenerlo. Ma quanto può reggere questo equilibrio quando la fiducia pubblica crolla? Gli Epstein files non sono solo un caso giudiziario. Sono lo specchio di un sistema in cui crimini sessuali gravissimi, anche contro bambini, sono rimasti per anni protetti da relazioni di potere, silenzi e complicità. E l’immagine riflessa è quella di un’America in cui il potere non sente più nemmeno il bisogno di fingere pudore. Così mentre la fiducia nel sistema giudiziario si sgretola, anche quella politica crolla: a un anno dall’inizio del mandato, tre sondaggi nazionali indicano che una quota crescente di elettori americani ritiene che Joe Biden abbia governato meglio di Donald Trump. Almeno questo: quando il potere perde pudore, perde anche consenso.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).




















