di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Al potere in America non serve più nascondere, basta resistere qualche giorno e aspettare che l’opinione pubblica si stanchi. I “files” di Jeffrey Epstein sono il test più rivelatore. In un’altra epoca politica americana sarebbe bastata una frazione di ciò che sta emergendo dai nuovi Epstein files per scatenare una crisi presidenziale immediata. Oggi invece il presidente degli Stati Uniti invita il Paese a “passare oltre” e sostiene che dai documenti non sia uscito nulla su di lui. Ma la realtà è molto più inquietante.
I documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia, dopo la legge votata dal Congresso, sono milioni di pagine. Non contengono prove giudiziarie definitive contro Trump, ma il suo nome compare migliaia di volte, emergono riferimenti costanti ai rapporti tra Epstein e la sua cerchia e soprattutto una serie di segnalazioni e testimonianze giurate all’FBI. Sono accuse non verificate, certo. Ma alcune sono di una gravità estrema: violenze sessuali su minori e minacce di morte. Il Dipartimento di Giustizia le definisce infondate e non perseguibili. Tuttavia il semplice fatto che esistano, nero su bianco, in documenti ufficiali, rende impossibile liquidare la vicenda come irrilevante.
Alcune email contenute nei file indicano che Melania sarebbe stata presentata a Trump proprio da Epstein, una versione che contraddice la storia ufficiale raccontata per anni dall’attuale first lady, anche nel suo documentario appena uscito. Non è un dettaglio secondario. La rete di relazioni costruita da Epstein, emersa dai files, è costituita da nomi pesanti dell’establishment economico e tecnologico, da Elon Musk fino a figure del mondo finanziario e politico.
Ma che cosa c’è nei milioni di documenti ancora coperti da omissis o non rilasciati? Chi decide cosa resta segreto e cosa diventa pubblico? E soprattutto, chi ha il diritto di tenerli nascosti? Il Congresso non intende chiudere la vicenda. Le commissioni chiedono accesso completo ai materiali non redatti. Le vittime chiedono trasparenza e giustizia. Cresce quindi il sospetto che il caso Epstein non sia stato solo un abisso criminale, ma anche un possibile strumento di ricatto geopolitico. Se Epstein registrava incontri in cui i potenti commettevano crimini con minori, se archiviava foto e video così compromettenti, questo materiale esiste ancora? E chi lo controlla? Per mesi si è teorizzato che Epstein potesse essere un agente d’Israele, ora crescono i sospetti che il pedofilo ricattatore possa aver operato anche al servizio della Russia di Putin.
Intanto Trump ha chiesto ai repubblicani di “nazionalizzare” il voto e di prendere il controllo delle elezioni in almeno 15 Stati, sostenendo che milioni di non cittadini voterebbero illegalmente. Le verifiche fatte da diversi Stati, inclusi quelli repubblicani, mostrano invece numeri quasi inesistenti. Ma la narrativa del voto truccato serve a preparare il terreno: delegittimare il risultato se non sarà favorevole. E gli alleati mediatici di Trump spingono ancora oltre. Steve Bannon ha dichiarato apertamente che l’ICE dovrebbe circondare i seggi elettorali a novembre. L’idea che un’agenzia federale di enforcement migratorio controlli le urne sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa.
Intanto, al Congresso, arrivano le conseguenze concrete di questa escalation. In audizioni pubbliche, vittime di operazioni migratorie violente hanno raccontato le loro storie. Marimar Martinez, colpita cinque volte dagli agenti federali a Chicago durante un’operazione, ha descritto il momento in cui i proiettili hanno attraversato il suo corpo mentre cercava di allontanarsi. È stata poi accusata di essere una terrorista. Un giudice federale ha archiviato le accuse contro di lei. Infine, il capitolo che riguarda direttamente il sistema dell’informazione. Jeff Bezos, il miliardario fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post, sta smantellando pezzo dopo pezzo uno dei giornali più importanti della democrazia americana, con tagli, chiusure e licenziamenti che riducono drasticamente la capacità investigativa del quotidiano. Intanto ha investito decine di milioni in un documentario su Melania Trump, un’operazione che molti a Washington leggono come un segnale politico chiarissimo. Pagare un prezzo per non avere problemi. Distruggere un giornale che potrebbe imbarazzare il potere mentre si finanzia un progetto che lo celebra.
Il senatore Bernie Sanders lo ripete da anni: la democrazia muore con l’oligarchia. Epstein files, elezioni da “controllare” con l’ICE ai seggi, media messi nelle condizioni di non disturbare. In un’altra epoca sarebbero scandali separati. Oggi compongono un unico quadro: quello di un sistema in cui lo scandalo non produce più conseguenze perché non esiste più un meccanismo capace di trasformare la verità in responsabilità. Per questo il potere teme solo l’attenzione prolungata alla madre di tutti gli scandali, con quei milioni di Epstein files ancora coperti.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).




















