Trump e il prezzo dell’America

IPA88340808 - September 9, 2026, Dallas, Tx, United States: U.S. President Donald Trump speaks to a less than capacity audience during his 1 1/2 hour speech during the first day of the Dallas 2026 Republican RNC National Mid-Term Convention at the American Airlines Center September 9, 2026. (Credit Image: © Bob Daemmrich/ZUMA Press Wire)

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Quanto costa il voto di un americano? Donald Trump questa settimana ha dato una cifra: 5.000 dollari. È la somma che il presidente ha promesso a ogni cittadino adulto se a novembre i repubblicani conserveranno Camera e Senato. Una promessa da oltre 1.300 miliardi di dollari, senza spiegare come finanziarla e con interrogativi sulla sua fattibilità e legalità. Ma la questione è soprattutto politica: possono 5.000 dollari convincere gli americani a dimenticare tutto il resto? Perché proprio Dallas? E perché organizzare la prima convention repubblicana della storia prima di un’elezione di midterm?

Il Texas, per decenni cassaforte elettorale repubblicana, è diventato la linea del Piave del GOP. Il candidato al Senato voluto da Trump, Ken Paxton, segnato da scandali e controversie, affronta il giovane democratico James Talarico in una competizione diventata combattuta. Perdere persino qui trasformerebbe la ormai probabile sconfitta alla Camera in qualcosa di molto più grave, mettendo in discussione anche il controllo del Senato.

Trump lo ha capito. Per questo a Dallas ha chiesto ai sostenitori: “Fate finta che io sia sulla scheda”. E stanotte, chiudendo la convention dopo JD Vance, li ha fatti addirittura impegnare pubblicamente a votare il 3 novembre, scherzando che chi resterà a casa “andrà all’inferno”. Insomma, Trump ha trasformato il midterm in un quarto referendum nazionale su se stesso.

 È una scommessa enorme. Perché conserva un legame straordinario con la sua base, ma deve riconquistare anche quegli americani della classe lavoratrice che nel 2024 lo riportarono alla Casa Bianca sperando soprattutto in una vita meno cara. Invece benzina, mutui e supermercato costano di più. E soprattutto c’è una guerra. Quella con l’Iran è entrata nel settimo mese. Il petrolio è tornato sopra i cento dollari e Trump ha ammesso che il conflitto non finirà prima delle elezioni.

È forse il più pesante dei “peccati mortali” che l’amministrazione porta verso novembre: il presidente eletto promettendo di tenere l’America lontana dalle guerre infinite si trova impantanato in una guerra di sua scelta. In queste sabbie mobili entra anche JD Vance, possibile erede del trumpismo nel 2028.

Il vicepresidente, che rappresentava l’ala più scettica sulle guerre all’estero e sull’attacco all’Iran, a Dallas ha difeso l’amministrazione attaccando i democratici come “partito dell’odio” e chiedendo agli elettori di non abbandonare Trump per “singoli disaccordi”. Alla convention qualcuno ha già gridato “JD 48”, immaginandolo come successore del presidente numero 47, Trump.

Ma questa settimana è arrivato anche un allarme su un incubo che fa impallidire quello dei repubblicani per le elezioni di novembre. Jacob Coxon, 28 anni, ricercatore passato da OpenAI e Anthropic, si è dimesso sostenendo che le aziende stanno correndo verso un’intelligenza artificiale capace di migliorare se stessa senza sapere se potremo più controllarla. Persino alcuni scienziati che costruiscono questi sistemi discutono ormai apertamente di scenari catastrofici. Esagerazioni? Forse.

Ma Anthropic ha contemporaneamente rivelato di avere bloccato tentativi di utilizzare la propria AI in attività che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo di armi biologiche. Meglio dunque svegliarsi troppo presto che troppo tardi. Intanto oggi, 11 settembre, l’America si sveglia ricordando un’altra mattina in cui scoprì improvvisamente quanto il mondo potesse essere pericoloso. Sono passati venticinque anni dal giorno in cui Al Qaeda abbatté le Torri Gemelle e, insieme allo skyline di Manhattan, cambiò l’America.

New York commemora le 2.977 vittime in un clima politico avvelenato. Il sindaco Zohran Mamdani ha appena reso pubbliche oltre 170.000 pagine di documenti sull’aria tossica dopo il crollo delle Torri, riaprendo interrogativi su ciò che le autorità sapevano mentre rassicuravano i cittadini.

Rudy Giuliani, sindaco simbolo dell’11 settembre, aveva invitato Mamdani a non presentarsi a Ground Zero, chiamando in causa il fatto che sia musulmano. Un attacco che mostra quanto persino la memoria di quella tragedia sia ormai trascinata dentro i colpi bassi dello scontro politico. Trump oggi non sarà a Ground Zero: commemorerà l’11 settembre al Pentagono.

A New York ci sarà Vance. Venticinque anni fa, davanti alle Torri che bruciavano, l’America si mostrò al mondo ferita ma unita. Oggi persino quella memoria la divide. La settimana della convention di Dallas, che sarà ricordata per la promessa dei 5.000 dollari, si chiude così nel ricordo dell’11 settembre.

Quel giorno gli americani, colpiti ma uniti, non avrebbero mai immaginato che venticinque anni dopo qualcuno avrebbe messo un prezzo anche sul futuro dell’America. Cinquemila dollari.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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