
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Per mesi Donald Trump ha ripetuto agli americani che la guerra contro l’Iran era praticamente vinta. L’Iran era stato “annientato”. Il suo esercito “distrutto”. Il programma nucleare “obliterato”. Teheran, secondo Trump, implorava un accordo. Eppure, dopo quasi cinque mesi di guerra, l’Iran continua a combattere.
Lo Stretto di Hormuz resta paralizzato, gli Houthi in Yemen hanno riaperto il fronte del Mar Rosso, il petrolio ha superato nuovamente i cento dollari al barile e altri soldati americani sono tornati a casa nelle bare. Se l’Iran è stato davvero annientato, come può ancora colpire basi, navi e alleati degli Stati Uniti? La risposta è semplice: Trump continua a mentire agli americani perché non vuole ammettere di avere iniziato una guerra senza un vero piano per terminarla. E questa settimana arriva una contraddizione ancora più clamorosa.
Mentre Washington bombarda l’Iran sostenendo che Teheran non debba arricchire uranio, gli Stati Uniti hanno firmato con l’Arabia Saudita un accordo nucleare civile che potrebbe aprire proprio all’arricchimento sul territorio saudita. L’intesa non sembra contenere le garanzie più rigorose, come il divieto assoluto di arricchimento e riprocessamento, e controlli internazionali. Dunque, l’Iran non può arricchire uranio neppure per scopi civili, al punto da giustificare una guerra. L’Arabia Saudita, invece, potrebbe farlo con l’assistenza delle aziende americane. Il messaggio è che la non proliferazione nucleare non è più una regola universale. È una merce negoziabile.
Tutto è possibile, purché si abbiano abbastanza denaro, potere e contratti da offrire agli Stati Uniti. Poi ecco l’ennesima giravolta. Ventiquattro ore dopo la firma, Trump ha annunciato che l’accordo sarebbe entrato in vigore soltanto se l’Arabia Saudita avesse riconosciuto Israele entrando negli Accordi di Abramo. Ma questa condizione non figurava nell’annuncio originario. E la portavoce della Casa Bianca ha ammesso che Trump non aveva ancora parlato con i sauditi dopo averla aggiunta. Si firma prima. Si inventano le condizioni dopo. È politica estera oppure contrattazione immobiliare?
La strategia di Trump sembra ridursi a tre parole: affari, affari, affari. Armi, energia nucleare, petrolio, investimenti. La stessa logica guida la politica dei dazi. A febbraio la Corte Suprema aveva stabilito che Trump non poteva usare una legge sulle emergenze internazionali per tassare indiscriminatamente quasi tutte le importazioni. La Costituzione attribuisce infatti al Congresso, non al presidente, il potere di imporre tasse. La Casa Bianca non ha rinunciato. Ha semplicemente cambiato legge. Prima ha utilizzato la Section 122 del Trade Act del 1974, una misura temporanea della durata di 150 giorni, già bocciata da un tribunale federale anche se l’amministrazione ha presentato appello. Ora Trump passa alla Section 301 e imporrà tariffe dal 10 al 12,5 per cento sui prodotti di oltre 80 Paesi, accusandoli di non contrastare adeguatamente il lavoro forzato.
Una motivazione nobile, se fosse credibile. Tra i Paesi colpiti ci sono però il Canada, che vieta già le importazioni prodotte con lavoro forzato, la Norvegia, pioniera nelle leggi sulla trasparenza delle catene produttive, e l’Unione Europea, che ha approvato un proprio divieto. Il sospetto è evidente: il lavoro forzato è soltanto il nuovo pretesto giuridico per ricostruire i dazi bocciati dalla Corte Suprema.
Trump cerca di correre più velocemente dei tribunali, costringendoli ogni volta a ricominciare mentre il governo continua a incassare. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 264 miliardi di dollari dai dazi, più del triplo rispetto all’anno precedente. La Casa Bianca sostiene che le tariffe possano generare 2.800 miliardi in dieci anni. Con un debito nazionale vicino ai 40 mila miliardi, i mercati hanno cominciato a considerare quelle entrate indispensabili. Come ha scritto sul New York Times Josh Lipsky, dell’Atlantic Council, un anno fa Wall Street temeva i dazi. Oggi teme che vengano eliminati.
Trump sta costruendo un muro tariffario che potrebbe restare in piedi anche dopo la sua presidenza. Ma quel muro viene pagato dagli americani. I dazi sono tasse sulle importazioni, versate dalle imprese e poi trasferite almeno in parte sui consumatori. Secondo alcune stime, costeranno circa 1.100 dollari l’anno a ogni famiglia. È una tassa nascosta mentre benzina, mutui e prezzi continuano a salire.
E gli americani cominciano ad accorgersene. La guerra in Iran, le bare dei soldati, il petrolio a cento dollari, i dazi e le promesse smentite stanno erodendo il consenso anche dentro il movimento MAGA. I fischi ricevuti da Trump alla finale mondiale tra Spagna e Argentina non sono un sondaggio scientifico. Ma sono un’immagine politica potente. Il problema di Trump non è più soltanto che mente. È che gli americani sembrano avere smesso di credergli.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).




















