Trump arretra a Minneapolis, ma la partita si sposta altrove

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana Donald Trump ha dovuto suonare la ritirata, con Minneapolis che potrebbe diventare la città simbolo in cui la macchina della “verità alternativa” si è inceppata davanti all’unica cosa che oggi non si può controllare: un telefono acceso nelle mani di un cittadino.

Sull’uccisione di Alex Pretti la reazione dell’amministrazione è stata quella ormai automatica: costruire subito una narrazione alternativa, spostare la colpa, insinuare dubbi prima ancora che emergano i fatti. Ma questa volta i video erano già online, ripresi da più angolazioni, e hanno demolito la narrazione ufficiale nel giro di poche ore.

A quel punto serviva qualcuno da sacrificare. Gregory Bovino, il volto più esposto dell’operazione federale, è diventato il capro espiatorio ideale. Intanto Trump ha inviato a Minneapolis Tom Homan, lo zar dell’ICE, presentando la mossa come segnale di de-escalation. In realtà è un cambio di stile più che di sostanza: meno caos comunicativo, stessa linea dura. Homan serve a rendere l’operazione più disciplinata e meno politicamente rumorosa.

Ma sugli avvenimenti di Minneapolis la squadra anti-immigrazione guidata dalla coppia Kristi Noem e Stephen Miller non ha semplicemente comunicato male: ha applicato la regola centrale del trumpismo, costruire una versione alternativa dei fatti prima che emergano quelli verificabili. Funziona quasi sempre. Questa volta no. Anche perché, travolti dalle proteste e dalle telefonate indignate dei propri elettori, diversi parlamentari repubblicani hanno iniziato a prendere le distanze, segno che la narrativa ufficiale non reggeva più nemmeno tra gli alleati.

Mentre Minneapolis dominava i notiziari, il Dipartimento di Giustizia intensificava la pressione su diversi Stati chiedendo accesso completo ai voter rolls, gli archivi elettorali con dati sensibili degli elettori. Formalmente si parla di sicurezza del voto. Politicamente il messaggio è diverso: la legittimità dei processi elettorali statali può essere rimessa in discussione in qualsiasi momento.

Ed è qui che riemerge la Georgia, epicentro delle contestazioni sul voto del 2020. Nuovi movimenti investigativi federali riportano al centro l’idea che quella partita non sia mai stata davvero chiusa. La strategia politica di Trump, annunciata già nel discorso di Davos, dove ha promesso nuove incriminazioni legate al “voto truccato” del 2020, è mantenere aperta una ferita istituzionale e poterla riattivare quando serve.

In questo contesto ha colpito anche la presenza in Georgia di Tulsi Gabbard, oggi punto di contatto tra Casa Bianca e intelligence. La sua comparsa accanto a funzionari federali impegnati nel recupero di materiali elettorali rafforza l’impressione che la battaglia politica sul voto stia entrando nel terreno degli apparati. Per preparare che cosa?

Intanto il governatore del Minnesota Tim Walz, in un’intervista a The Atlantic, ha evocato Fort Sumter, il luogo simbolico che segnò l’inizio della Guerra Civile, per descrivere una soglia psicologica pericolosa: quando forze federali entrano in uno Stato come presenza percepita come occupante e le autorità locali faticano persino a indagare, la frattura non è più solo politica. Diventa istituzionale, poi emotiva, poi difficile da ricomporre.

A Washington intanto si evita lo shutdown con un accordo temporaneo che rimanda lo scontro vero: finanziamenti e limiti alle operazioni di ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna. È lì che si gioca la partita tra poteri federali e resistenze locali, tra enforcement e rispetto delle regole.

Così, mentre l’attenzione è assorbita da Minneapolis e dalle tensioni sul voto, spariscono dai radar i file Epstein. Per mesi al centro del dibattito pubblico, ora scivolano fuori dall’attenzione, complice il susseguirsi di crisi interne ed esterne, nonostante la legge del Congresso imponesse la pubblicazione completa dei documenti. Finora ne abbiamo visto solo una minima parte.

Intanto Trump lascia filtrare opzioni militari sempre più aggressive verso l’Iran, con movimenti navali e retorica di guerra. La questione iraniana esiste e pesa, ma nel teatro trumpiano la politica estera serve anche a spostare il focus interno, a ricompattare consenso o almeno a deviare l’attenzione dalle difficoltà domestiche.

Sul piano mediatico, il diversivo non funziona come previsto per Trump neanche con il documentario su Melania che, secondo i primi dati sulla vendita dei biglietti, rischia di essere un flop. Mentre spunta la “instant song” di Bruce Springsteen, Streets of Minneapolis, che si trasforma in colonna sonora delle manifestazioni contro ICE e contro l’America MAGA.

Questa settimana quindi non ci racconta un’amministrazione nel caos. Racconta un’amministrazione che usa il caos come strumento politico.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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