
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Negli Stati Uniti, a partire dalla guerra con l’Iran, le decisioni della leadership appaiono ormai sempre più istintive, improvvisate e quindi senza né capo né coda: così la politica estera, la politica economica, il rapporto con le istituzioni e perfino il processo elettorale restano nel caos.
Partiamo dalla guerra. Il conflitto con l’Iran continua senza una strategia da parte del Commander in Chief. I negoziati vanno avanti, ma vengono spesso contraddetti dai messaggi sui social di Donald Trump che, arrivando in piena notte, avrebbero complicato momenti delicati del dialogo, distruggendo il lavoro dei negoziatori. Il risultato è un paradosso: una guerra che nessuno vuole più continuare, ma senza che da Washington emerga una linea negoziale stabile che gli iraniani possano accettare.
Intanto si allarga la frattura nella base, che si allontana sempre più da Trump, diventato presidente di guerra. Tucker Carlson, uno dei più popolari ex sostenitori mediatici di Trump, dopo averne preso le distanze è arrivato a chiedere scusa, pentendosi e recitando un mea culpa anche morale nei confronti dei suoi milioni di ascoltatori per averlo sostenuto e aiutato a far rieleggere Trump.
Negli ultimi giorni si è intensificata, all’interno dell’Amministrazione, anche quella che ormai viene descritta come una vera “purga”. L’ultimo caso è quello del segretario alla Marina, John Phelan, licenziato non per la guerra ma per scontri interni al Pentagono e per non aver realizzato abbastanza velocemente il programma navale voluto da Trump.
Nelle ultime settimane sono usciti di scena più ministri e alti funzionari e secondo indiscrezioni, altri sono a rischio: tra questi il direttore dell’FBI, Kash Patel. Ed è proprio sull’FBI che emerge uno dei passaggi più delicati della settimana. Patel è finito al centro di uno scandalo doppio. Da una parte, l’uso di risorse federali per la sicurezza della sua fidanzata, anche in contesti privati. Dall’altra, la reazione a un’inchiesta giornalistica su questa vicenda. Dopo la pubblicazione, l’FBI ha esaminato la possibilità di aprire un’indagine contro una reporter del New York Times, valutando ipotesi di reato legate al suo lavoro. Inoltre, Patel ha denunciato la rivista The Atlantic per aver pubblicato un articolo in cui alcune fonti interne all’FBI lo descrivevano spesso ubriaco e difficile da “svegliare”. Le reazioni di Patel a queste inchieste rappresentano un fatto gravissimo, perché toccano direttamente il confine tra potere e libertà di stampa.
E questo ci porta a un altro tema: la corruzione e l’uso del potere. In questi giorni diverse analisi descrivono un livello senza precedenti, con intrecci tra politica e interessi economici. In particolare, operazioni finanziarie legate alla famiglia Trump e investimenti stranieri, come quelli provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, che coincidono con decisioni politiche favorevoli. Nel frattempo, lo scontro con le istituzioni si intensifica. La Corte Suprema, bocciando i dazi imposti da Trump, ha aperto la strada a rimborsi miliardari per le aziende americane. E qui arriva un passaggio chiave: Trump, sui social, attacca i giudici supremi e manda anche un messaggio diretto alle imprese, dicendo che si “ricorderà” di chi chiederà quei soldi. È un linguaggio intimidatorio che introduce un elemento di pressione dell’esecutivo sui diritti del settore privato.
E poi c’è la bomba innescata sulle elezioni di novembre. Il caso del voto referendario di questa settimana in Virginia è centrale. Qui Trump ha perso su due livelli. Primo: politico. Il voto sul ridisegno dei distretti elettorali potrebbe consegnare ai democratici fino a quattro seggi in più alla Camera, riducendo o ribaltando il vantaggio repubblicano. Secondo: strategico. La guerra del gerrymandering, che Trump aveva spinto a livello nazionale per rafforzare il GOP, si sta trasformando in un boomerang. I democratici hanno reagito e ora competono sullo stesso terreno. E poi c’è il terzo livello, forse il più pericoloso. Trump ha reagito denunciando elezioni “truccate”, senza prove. È lo stesso schema del 2020, ma anticipato. Significa mettere in discussione la legittimità del voto prima ancora che si voti a livello nazionale.
E poi il capitolo che continua a rimanere sotto traccia ma non scompare mai. Gli Epstein Files. Questa settimana è riemerso il tema della gestione da parte del Dipartimento di Giustizia, con nuove pressioni e richieste di chiarimenti su come siano stati trattati documenti e responsabilità. Quindi guerra, epurazioni, attacchi alle istituzioni, accuse di corruzione, tensione elettorale, tutti segnali di una Casa Bianca che sembra sull’orlo di una crisi di nervi, mentre Trump batte i suoi record di impopolarità. Eppure la sensazione è che questa Casa Bianca possa ancora abbassare l’asticella con decisioni contraddittorie che peggiorano oltre ogni previsione. Ma potrà continuare così fino a novembre, o prima delle elezioni lo zig zag di Trump scatenerà una reazione, magari anche di panico, dentro lo stesso Partito Repubblicano?
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).



















