di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – Martedì 3 novembre non sarà soltanto il giorno del giudizio per Donald Trump e per il Partito repubblicano che gli si è inginocchiato davanti. Sarà soprattutto il giorno del giudizio per l’America, i suoi valori e la sua democrazia. Mancano pochi giorni alle elezioni di metà mandato e l’onda blu democratica potrebbe diventare uno tsunami. La Camera sembra alla portata dell’opposizione e persino il Senato, oggi controllato dai repubblicani con 53 seggi contro 47, potrebbe cambiare maggioranza. Le battaglie decisive si combattono in Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas. Nel North Carolina il democratico Roy Cooper è favorito. In Texas James Talarico sfida Ken Paxton. Persino il South Carolina, conquistato da Trump nel 2024 con quasi venti punti di vantaggio, è diventato competitivo. Trump corre da uno Stato repubblicano all’altro: Texas, Mississippi, Ohio, South Carolina. Certo, i sondaggi possono sbagliare: Netanyahu e Lula sembravano politicamente spacciati, eppure sono resuscitati. Trump stesso ha smentito più volte le previsioni.
Stavolta però i numeri impressionano: secondo un sondaggio Pew, soltanto il 30% approva il suo operato. Forse Trump ha commesso il suo errore più grande: voler essere protagonista assoluto di elezioni nelle quali non è candidato, trasformandole in un referendum su se stesso. Un referendum che rischia di perdere clamorosamente. Alla Casa Bianca, racconta il New York Times, si respira un’atmosfera cupa. Trump si circonda di fedelissimi, si nutre di filmati adulatori e insulta i giornalisti che gli fanno domande sgradite. Intanto il Dipartimento di Giustizia intensifica la pressione sui funzionari elettorali della California, con un’indagine su presunti voti illegali già contestata da un giudice federale. In Alaska, invece, si indaga su una controversa manovra attribuita a esponenti democratici per sottrarre voti al senatore repubblicano.
Perché tanta agitazione? Perché perdere il Congresso significherebbe più che ritrovarsi una presidenza zoppa: vorrebbe dire perdere lo scudo politico che finora ha protetto lui e la sua famiglia dalle indagini parlamentari. È appena uscito un libro potenzialmente devastante: Princes and Thieves, Principi e ladri, del giornalista investigativo Matthew Cole, sui rapporti tra Jared Kushner, genero di Trump, e i monarchi del Golfo. Secondo Cole, durante la prima amministrazione Trump, Kushner avrebbe avuto accesso a conti segreti con quasi due miliardi di dollari riconducibili a interessi sauditi e soprattutto emiratini. Il libro sostiene inoltre che gli Emirati avrebbero pagato Kushner 50 milioni di dollari per ottenere il licenziamento del segretario di Stato Rex Tillerson, considerato troppo favorevole al Qatar. Un’accusa di corruzione ai massimi livelli della politica estera americana. Accuse gravissime, non dimostrate, che Kushner respinge categoricamente. Immaginate però una commissione parlamentare democratica che lo convochi sotto giuramento e chieda i documenti bancari.
Poi ritorna lo spettro di Jeffrey Epstein, scandalo mai spento, riesploso questa settimana con un rapporto dei democratici della Commissione Giustizia della Camera. Vi si riportano accuse di undici donne che collegano Trump a Epstein; cinque lo accusano direttamente di stupro o aggressione sessuale in presenza o in compagnia del finanziere. Trump nega ogni coinvolgimento e la Casa Bianca denuncia un’operazione politica. Anche qui, un Congresso democratico potrebbe pretendere testimonianze, documenti e risposte. Lo storico Timothy Snyder, intervistato da Robert Reich, parla di “suicidio da superpotenza” e osserva che una sconfitta potrebbe distruggere il mito della forza invincibile di Trump. Già, ma come potrebbe reagire il presidente al crollo del suo partito e alle iniziative che il nuovo Congresso potrebbe intraprendere contro la Casa Bianca? Il 6 gennaio 2021 insegna che una reazione autoritaria non è fantascienza. Oggi Trump dispone di un apparato esecutivo più fedele, mentre al Pentagono Pete Hegseth continua a rimuovere alti ufficiali. Per Trump esiste però anche un altro pericolo: che dopo un’eventuale disfatta persino molti repubblicani “scoprano” di non essere mai stati trumpiani. Già, come avvenne in Italia con Mussolini: una parte della società che aveva sostenuto il fascismo, si raccontò come sua semplice vittima, cancellando le proprie responsabilità.
“È tutta colpa di Trump”, potrebbero dire domani coloro che lo hanno sostenuto, giustificato e protetto, contribuendo a demolire i contrappesi democratici. Lo storico Snyder avverte: vincere non basta. Senza affrontare la corruzione e il dominio del denaro sulla politica, il trumpismo potrebbe sopravvivere a Trump. Sabato è Halloween: i bambini americani busseranno alle porte sfidando mostri immaginari per un “trick or treat”. Tre giorni dopo toccherà agli adulti affrontare le proprie paure, guardandosi allo specchio e riconoscendo quello che dieci anni di trumpismo hanno fatto alla loro democrazia. Martedì non si decide soltanto chi controllerà il Congresso, si decide se l’America vuole ancora essere un Paese nel quale nessuno è al di sopra della legge. Neppure il presidente.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).




















