di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è una frase che questa settimana racconta Donald Trump più di qualsiasi sondaggio. Un giornalista gli chiede se la situazione economica degli americani lo stia spingendo a cercare un accordo sull’Iran. E lui risponde: “Not even a little bit”. Nemmeno un po’. Poi aggiunge: “Non penso alla situazione finanziaria degli americani. Non penso a nessuno. Penso solo che l’Iran non può avere l’arma nucleare”.
Una risposta impressionante. Non solo per il contenuto, ma perché arriva mentre l’inflazione torna a salire e milioni di americani non riescono più a mantenere il loro tenore di vita a causa della guerra voluta da Trump contro l’Iran.
E mentre negli Stati Uniti cresce il malcontento, Trump vola in Cina in una posizione più debole. Le immagini da Pechino parlano da sole: Xi Jinping appare freddo, sicuro, strategico. Trump invece cerca il rapporto personale, i complimenti, la teatralità. Ma dietro le strette di mano si vede chiaramente il nuovo equilibrio mondiale.
È la Cina che detta i limiti. Soprattutto su Taiwan: quella è la linea rossa. E Trump, che in campagna elettorale parlava della Cina come del grande nemico economico e strategico degli Stati Uniti, oggi arriva a Pechino in cerca di ossigeno politico ed economico. Cerca accordi commerciali, chiede acquisti agricoli, prova a ottenere aiuto sulla crisi energetica legata allo Stretto di Hormuz.
Questa debolezza internazionale nasce da una debolezza interna sempre più evidente.
Trump continua a governare come se fosse in una permanente guerra personale contro chiunque osi contraddirlo: giudici, università, media, opposizione politica.
Dopo alcune notizie secondo cui l’Iran avrebbe ancora capacità missilistiche molto più forti di quanto raccontato dalla Casa Bianca, Trump ha attaccato duramente il New York Times e altri media accusandoli addirittura di “tradimento”.
Secondo Trump, pubblicare notizie che mettono in dubbio la narrativa ufficiale della guerra significherebbe “aiutare il nemico”. È il linguaggio dei regimi autoritari, non quello di una democrazia liberale.
Ed è un’escalation continua. In poche ore Trump ha pubblicato decine e decine di post social deliranti: accuse di tradimento contro Barack Obama, attacchi ai giudici, immagini generate con l’intelligenza artificiale per colpire gli avversari politici, mappe del Venezuela trasformato nel “51esimo Stato americano”.
Nel frattempo le nuove decisioni della Corte Suprema sul Voting Rights Act stanno aprendo la strada a giganteschi gerrymandering repubblicani nel Sud degli Stati Uniti. Tennessee, Louisiana, Georgia, Mississippi: si stanno ridisegnando le mappe elettorali per ridurre il peso del voto afroamericano e blindare il potere repubblicano per anni.
E intanto cresce anche la rivolta interna contro la guerra con l’Iran. Alla Camera sono aumentati i deputati repubblicani che hanno votato con i democratici per limitare i poteri di guerra di Trump. Il conflitto costa ormai decine di miliardi di dollari e politicamente sta diventando tossico anche nei distretti conservatori.
Ma Trump consolida il controllo sulle istituzioni con l’approvazione del Senato di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve al posto di Jerome Powell. Una scelta cruciale, perché da mesi Trump attacca la Fed chiedendo tagli aggressivi ai tassi d’interesse.
Ma in queste ore emerge anche una notizia sconvolgente. Secondo il New York Times, il Dipartimento di Giustizia starebbe valutando un accordo sulla causa miliardaria intentata da Trump contro l’IRS. Qui non siamo più al conflitto di interessi. Siamo al saccheggio legalizzato dello Stato.
Intanto questa settimana la minoranza democratica della Commissione Oversight della Camera è andata in Florida, praticamente a pochi chilometri da Mar-a-Lago, per raccogliere sotto giuramento le testimonianze delle vittime della rete di traffico sessuale costruita da Jeffrey Epstein. Un’audizione simbolica e potentissima: proprio nel luogo dove il finanziere viveva e frequentava per anni gli ambienti dell’élite americana, compreso Trump. Le vittime hanno raccontato ancora una volta come il sistema abbia protetto per anni uomini potenti, accordi giudiziari incomprensibili e nomi rimasti nascosti.
Trump ha terminato i suoi incontri a Pechino. Giovedì, Xi Jinping, davanti a Trump, ha voluto evocare esplicitamente la “trappola di Tucidide”, secondo cui quando una potenza emergente sfida quella dominante, il rischio finale è la guerra. Xi parla da leader di una potenza che pensa in termini strategici, storici, imperiali. Trump invece continua a muoversi per impulsi, slogan e ossessioni personali.
Così, con gli Stati Uniti guidati da un presidente sempre più divisivo e imprevedibile, la Cina viene percepita dal mondo come la superpotenza che chiede stabilità.
Trump ha davvero compreso l’avvertimento di Xi? Chissà. Forse anche a Pechino era troppo occupato dalle sue guerre personali per capire che quella decisiva riguarda ormai il futuro stesso della leadership americana nel mondo.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).






















