di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è un filo rosso che lega gli Epstein files fatti uscire a gocce dal Dipartimento di Giustizia, il blitz in Venezuela ora sotto esame del Congresso, le decisioni imminenti della Corte Suprema su dazi e poteri presidenziali, la tragedia di Minneapolis e, soprattutto, la lunghissima intervista concessa da Donald Trump al New York Times nello Studio Ovale. Quel filo rosso è semplice: più Trump è messo alle strette, più rilancia. E più rilancia, più diventa pericoloso.
L’intervista di due ore con quattro giornalisti del New York Times non è casuale. Trump ha costruito la sua carriera politica accusando i media tradizionali di essere “fake news” e nemici del popolo. Eppure, nel momento più delicato del suo secondo mandato, sceglie proprio il giornale simbolo dell’establishment. Non per cercare legittimazione, ma per usare un megafono autorevole e lanciare un messaggio brutale: il limite al suo potere è solo lui stesso.
Quando Trump afferma che l’unico freno alla sua azione come comandante in capo è “la sua morale”, non sta improvvisando. Sta mettendo nero su bianco una visione del potere in cui la legge internazionale vale poco o nulla, i trattati sono strumenti opzionali e le istituzioni multilaterali diventano un intralcio. È lo stesso schema che si ritrova nell’ordine esecutivo con cui Washington ha annunciato il ritiro da decine di agenzie e organismi dell’ONU, svuotando progressivamente di significato il multilateralismo costruito dopo il 1945, senza che dalla leadership delle Nazioni Unite arrivi una vera resistenza politica, ma solo risposte tecniche e finanziarie.
Il contesto è decisivo. Sul fronte estero, l’operazione militare in Venezuela – con la cattura di Nicolás Maduro – ha già acceso una reazione bipartisan al Congresso. Il War Powers Act, rimasto per anni un relitto costituzionale, torna improvvisamente centrale: il Parlamento vuole riprendersi il controllo sull’uso della forza. Trump, invece, rivendica il diritto di colpire ovunque e comunque, riducendo l’intervento a una questione di volontà presidenziale.
Lo stesso vale per le minacce su Groenlandia, Panama, Colombia, Canada: non sono boutade, ma tasselli di una strategia che mette in discussione confini, alleanze e sovranità. Anche sul fronte economico il terreno sotto i piedi del presidente si fa instabile. La Corte Suprema dovrà pronunciarsi sui dazi imposti con poteri emergenziali; il Congresso sembra essersi “risvegliato” e pronto a riprendersi prerogative su tasse, spesa e sanità. Persino la Federal Reserve potrebbe presto sfuggirgli di mano.
È lo scenario classico di un presidente che vede restringersi lo spazio di manovra istituzionale. È in questo clima che va letta la tragedia di Minneapolis. Una donna di 37 anni, Renee Nicole Good, uccisa dai colpi di pistola di un agente dell’ICE mentre cercava di allontanarsi con la sua auto. Il video è pubblico, disturbante e chiarissimo. Eppure Trump non arretra di un millimetro: difende l’ICE, parla di legittima difesa e attacca chiunque osi dissentire. A poche ore dall’uccisione, ha insistito col New York Times che la donna “si è comportata in modo orribile” e avrebbe “investito” l’agente, arrivando a far mostrare il filmato ai giornalisti.
Ma un’analisi del Times ha mostrato che l’auto si stava allontanando, non avanzando verso l’agente. Una ricostruzione che coincide con quella del sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha accusato apertamente Trump di mentire al Paese per giustificare una repressione sempre più militarizzata.
Lo schema è sempre lo stesso. Di fronte a fatti che potrebbero incrinare la narrativa di forza e controllo, Trump rilancia. Non chiarisce: minaccia. Non spiega: polarizza. E lo fa evocando senza esitazioni la Guardia Nazionale, l’Insurrection Act e l’uso del potere militare anche all’interno degli Stati Uniti. L’intervista al Times serve esattamente a questo: normalizzare l’idea che il presidente sia l’arbitro ultimo dei limiti del proprio potere. Trump parla come qualcuno che vuole convincere giudici, parlamentari, governatori e cittadini che resistergli è inutile. Che la legge conta solo “in certe circostanze”. Che l’ordine internazionale può essere smontato pezzo per pezzo, senza conseguenze.
Ma qui sta il paradosso. Più Trump ostenta forza, più emergono segnali di contenimento istituzionale: il Congresso comincia a svegliarsi, la Corte Suprema è chiamata a decidere, mentre nelle città crescono proteste e tensioni. La storia insegna che i momenti più pericolosi non sono quelli di massimo consenso, ma quelli di declino percepito. Quando un leader sente che il terreno gli scivola sotto i piedi, la tentazione di forzare le regole aumenta. Trump quindi avverte, servendosi del New York Times: se qualcosa può fermarlo, non sarà la legge, ma solo la sua “morale”.
La fase attuale è la più rischiosa, perché metterà alla prova la capacità – o l’incapacità – delle istituzioni di reggere l’urto di un presidente autoritario. Perché se è vero che Trump diventa più pericoloso quando è sotto pressione, è altrettanto vero che il futuro della democrazia americana dipende da quanto quelle pressioni riusciranno davvero a contenerlo.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).





















