di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana dell’America è sembrata infinita: una guerra con l’Iran che gran parte dell’opinione pubblica non voleva, il Congresso che ha rinunciato a esercitare fino in fondo il proprio potere costituzionale, la cacciata di Kristi Noem dalla Homeland Security, l’uscita di nuovi dettagli sugli Epstein Files con Pam Bondi che sarà chiamata a difendersi in una deposizione al Congresso sotto giuramento, e perfino un senatore che alza in aula il sospetto di un intreccio tra Epstein, Trump e servizi segreti russi. Nel caos Trump ci sguazza, ma questa volta potrebbe annegare.
Partiamo dall’Iran. La Camera ha respinto la risoluzione bipartisan dei deputati Thomas Massie e Ro Khanna che avrebbe imposto a Trump di tornare al Congresso per ottenere un’autorizzazione formale a proseguire la guerra. Il voto, 219 a 212, è arrivato dopo che anche il Senato aveva bocciato un tentativo simile. In pratica, il Congresso ha scelto di non scegliere, lasciando al presidente mano libera su una guerra incostituzionale. E questo mentre i sondaggi mostrano un Paese freddo o apertamente contrario. Trump però parla come se fosse in trionfo. In un’intervista giovedì a Politico ha detto che gli americani “amano quello che sta succedendo”, ha sostenuto che gli Stati Uniti devono avere voce nella scelta del prossimo leader iraniano – come accaduto in Venezuela – e ha allargato l’obiettivo perfino a Cuba. Ma intanto il conflitto costa centinaia di milioni al giorno, i prezzi dell’energia salgono, Wall Street scende e i primi giorni di guerra hanno già prodotto vittime americane e interrogativi pesantissimi sulle conseguenze regionali e umanitarie, compreso il caso della scuola colpita a Minab, nel sud dell’Iran, dove sarebbero morte oltre 150 bambine.
Eppure, nonostante la guerra, in America gli Epstein Files non vengono dimenticati, anzi. Messo sotto pressione, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato verbali dell’FBI rimasti finora riservati. Sono relativi alla denuncia di una donna che nel 2019 raccontò agli investigatori di essere stata abusata, oltre trent’anni prima, quando era adolescente, da Jeffrey Epstein e anche da Donald Trump. Secondo i documenti diffusi, la donna ha dichiarato che a 15 anni fu portata da Epstein a New York e presentata a Trump, che tentò di costringerla a un atto sessuale. Lei reagì mordendolo e lui la colpì. La Casa Bianca nega tutto e definisce le accuse prive di credibilità. Ma la domanda politica resta: perché quei materiali sono rimasti nascosti così a lungo, nonostante la legge imponga al Dipartimento di Giustizia di rendere pubblici tutti i documenti?
Per questo la Attorney General Pam Bondi è ormai nel mirino del Congresso. La House Oversight Committee ha votato, con l’appoggio di cinque repubblicani, la sua convocazione per costringerla a testimoniare sotto giuramento sui ritardi nella gestione degli Epstein Files. È una ribellione significativa dentro il partito di Trump, perché arriva proprio su uno dei temi che più dividono la sua coalizione: non solo il contenuto dei file, ma il sospetto di un possibile insabbiamento per proteggere il presidente. Intanto il senatore del Rhode Island Sheldon Whitehouse ha sostenuto in aula che esiste una massa di elementi circostanziali che collega Epstein, Trump e la Russia, passando da Robert Maxwell, dalle ragazze russe reclutate nel network di Epstein e dall’ipotesi che quel sistema fosse anche una macchina di compromissione e ricatto. È un’accusa politica gravissima. E il fatto che venga formulata così, nel Senato degli Stati Uniti, dimostra quanto lo scandalo si stia allargando. E soprattutto che cinque giorni di guerra non hanno ridotto ma semmai rafforzato la determinazione di chi vuole arrivare alla verità sul rapporto tra Epstein e Trump.
E poi c’è Kristi Noem. La responsabile della Homeland Security era stata appena messa sotto torchio in un’audizione al Congresso trasmessa in diretta quando Trump l’ha licenziata. Ma non perché la sua linea fosse troppo dura o perché avesse causato il disastro di Minneapolis. Secondo fonti dell’amministrazione, Trump l’avrebbe scaricata dopo le polemiche sul contratto pubblicitario da 220 milioni di dollari che la metteva in vetrina e che lei, durante l’audizione, aveva attribuito all’approvazione del presidente, salvo poi essere smentita dallo stesso Trump. Anche qui il messaggio è rivelatore: non paghi per gli abusi del potere, paghi se coinvolgi il capo nella cattiva pubblicità. Questa è la fotografia dell’America di oggi. Trump continua a governare con la strategia del caos, ma finora neppure il frastuono di una guerra imprevedibile è riuscito a fermare il conto alla rovescia sugli Epstein Files.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).






















