Tra guerra al Gop e vendette giudiziarie, Trump inghiotte l’America

di Stefano Vaccara

NEW YORK (ITALPRESS) – Nel bene o nel male, tutto deve ruotare attorno a Donald Trump. Anche questa settimana, il presidente è riuscito a imporre all’America i suoi temi, le sue vendette, i suoi nemici. Ma qualcosa, forse, si sta incrinando. Perché una parte dei repubblicani sembra aver trovato un limite all’umiliazione permanente davanti a Trump. Il caso esploso a Washington è clamoroso. I senatori repubblicani hanno bloccato il voto sul piano immigrazione dopo la rivolta interna contro il nuovo fondo creato dal Dipartimento di Giustizia guidato da Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump. Un fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire chi sostiene di essere stato “perseguitato politicamente” dal governo federale. Tradotto: potenzialmente anche gli assalitori del Congresso del 6 gennaio. Persino senatori fedelissimi hanno parlato di “errore galattico”. John Thune, leader repubblicano del Senato dal South Dakota, ha dovuto rinviare tutto.

Perché il problema ormai è politico: i repubblicani sanno che una cosa sono le primarie controllate da Trump, un’altra le elezioni di midterm del prossimo anno. Trump continua infatti a vincere quasi tutte le sue guerre interne. Questa settimana è caduto anche Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, affondato nelle primarie. E qui entra un altro elemento esplosivo: gli Epstein Files. La ex deputata trumpiana Marjorie Taylor Greene della Georgia, assolutamente “non pentita”, ha dichiarato apertamente che con la battaglia per la pubblicazione dei documenti Epstein si è “distrutto il futuro del Partito Repubblicano”. Massie aveva sostenuto la legge per rendere pubblici i file sul finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, attirandosi ancora di più la furia di Trump.

Ma un’altra crepa nel Partito Repubblicano si è aperta in Texas. Trump ha deciso di schierarsi contro il senatore repubblicano John Cornyn, appoggiando invece il procuratore generale ultra-MAGA Ken Paxton nelle primarie per il Senato. Una scelta che ha spiazzato molti dirigenti repubblicani, convinti che Cornyn fosse molto più forte contro i democratici. Per molti strateghi conservatori, Trump ormai privilegia la fedeltà assoluta alla sopravvivenza elettorale del partito. Prima ancora di Massie era toccato al senatore Bill Cassidy della Louisiana e ad altri repubblicani che avevano osato sfidare Trump. Il presidente controlla ancora circa il 70% dell’elettorato repubblicano. E nelle primarie questo basta. Ma nelle elezioni vere, quelle di novembre, manca il restante 30%. Ed è proprio quel 30% moderato, indipendente o stanco del caos permanente che rischia di travolgere i repubblicani nei distretti più in bilico. Trump resta indispensabile per mobilitare la base, ma tossico per vincere al centro.

Eppure anche i democratici sembrano incapaci di approfittarne. Questa settimana è uscito il rapporto interno del partito sulla sconfitta del 2024, una sorta di autopsia politica che rischia però di aprire nuove ferite invece di curarle. Il documento accusa la campagna Biden-Harris di non aver saputo convincere gli americani del pericolo Trump. Ma il rapporto stesso appare incompleto, confuso, quasi disperato. Nemmeno viene affrontato davvero il tema dell’età di Biden o la spaccatura su Gaza. E come se non bastasse, aleggia ora anche la possibilità di una nuova guerra politica e giudiziaria: secondo il celebre giornalista investigativo Seymour Hersh, il Dipartimento di Giustizia starebbe valutando iniziative contro Obama e la sua amministrazione legate al Russiagate del 2016. Un’ipotesi ancora tutta da verificare, ma sufficiente a mostrare quanto l’America stia entrando in una stagione di vendette senza fine.

Poi c’è l’Iran. Anche qui Trump continua a minacciare Teheran con ultimatum, salvo poi rinviarli continuamente. Un giorno promette escalation, il giorno dopo parla di pace imminente. Intanto i mercati oscillano, il prezzo dell’energia resta instabile. Molto dura l’analisi pubblicata da Robert Kagan su The Atlantic. Secondo l’esperto di geopolitica, Trump starebbe cercando una via d’uscita che assomiglia più a una resa che a una strategia. Il presidente americano, scrive Kagan, spera di “sgattaiolare via senza che gli americani si accorgano della portata della sconfitta”. Perfino il rapporto personale tra Trump e Benjamin Netanyahu si è incrinato. Dopo l’ultima telefonata tra i due, le indiscrezioni parlano di tensione altissima. Nel mezzo di tutto questo, Trump continua comunque a vivere dentro una realtà quasi parallela, tra guerra e spettacolo permanente.

Giovedì, parlando alla Casa Bianca, il presidente si è lamentato persino di non sapere se partecipare o meno al matrimonio del figlio Donald Jr. alle Bahamas: “Se ci vado mi massacrano, se non ci vado mi massacrano lo stesso”, ha detto ai giornalisti. Una presidenza quindi che oscilla continuamente tra crisi globale, vendette personali, reality show familiare e campagna elettorale permanente. Ma con Trump sempre al centro della scena. Perché, nel bene o nel male, è quello che lui cerca costantemente: che l’America continui a parlare soltanto di lui.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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