di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana l’America ha mostrato il suo volto più inquietante a Minneapolis, dove la morte di Renee Good, uccisa da un agente dell’ICE durante un’operazione federale, ha fatto esplodere una crisi che va ben oltre il Minnesota. Il governatore Tim Walz e il sindaco Jacob Frey hanno cercato di contenere la tensione, difendendo il diritto alla protesta e chiedendo chiarezza sull’uso della forza federale. Ma da Washington è arrivato il segnale opposto: non moderazione, bensì sfida. L’amministrazione Trump ha difeso l’agente e ha rilanciato una dottrina che sta diventando sempre più esplicita: protezione totale per l’ICE, anche quando l’uso della forza è letale. Il vicepresidente JD Vance ha parlato apertamente di “immunità assoluta”, mentre Stephen Miller ha detto agli agenti che nessun governatore, sindaco o giudice può fermarli. È un passaggio chiave: l’ICE non è più solo uno strumento di politica migratoria, ma viene presentata come una forza federale “intoccabile”, autorizzata a imporsi sui territori e sulle autorità locali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: scontri, feriti, nuove sparatorie, una città che diventa teatro di una guerra politica. Trump, come spesso accade, non spegne l’incendio: lo alimenta. Minaccia l’uso dell’Insurrection Act e trasforma il dissenso in nemico interno. Per molti americani, l’ICE comincia ad assomigliare sempre più a una polizia politica, e questo spiega perché Minneapolis sia diventata un simbolo nazionale.
Ma mentre l’America si spacca dentro, Trump alza il livello anche fuori. L’ossessione per la Groenlandia ha ormai superato il limite della provocazione. Minacce, pressioni, linguaggio da conquista. La Danimarca, membro NATO, ha reagito rafforzando la presenza militare sull’isola, e l’Unione Europea ha parlato apertamente di difesa della sovranità. Uno scenario fino a poco fa impensabile prende forma: Paesi NATO che si preparano a difendere un territorio dagli Stati Uniti. Se questo non è il collasso dell’Alleanza Atlantica, ci va molto vicino.
In parallelo, Trump agita lo spettro dell’Iran. Al Consiglio di Sicurezza ONU, convocato d’urgenza per le proteste represse nel sangue, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha detto senza mezzi termini che mentre all’ONU “si parla e si parla”, il presidente Trump “agisce”. Un messaggio chiarissimo. Dall’altra parte, Russia e Cina hanno bloccato ogni tentativo di legittimazione internazionale, accusando Washington di escalation e interferenza. Anche Israele e diversi Paesi arabi, secondo il New York Times, stanno frenando Trump, temendo una reazione iraniana che potrebbe incendiare l’intera regione. E qui entra in gioco il Congresso, che questa settimana ha lanciato segnali contraddittori. Da un lato, cresce l’allarme bipartisan per un presidente sempre più aggressivo. Dall’altro, al momento decisivo, il Senato ha affossato la risoluzione sul War Powers Act che avrebbe limitato la libertà di Trump di agire militarmente senza avvisare il Congresso, nel caso del Venezuela ma con effetti diretti anche su Iran, Groenlandia e altri fronti. Voto 50 a 50, risolto dal vicepresidente Vance. Trump ha vinto. E il messaggio è devastante: il freno costituzionale scricchiola.
Come se non bastasse, questa settimana è esploso un altro fronte delicatissimo: l’indagine penale contro il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell. Ufficialmente per una questione di ristrutturazioni edilizie, politicamente per una sola ragione: la Fed non obbedisce a Trump. È un attacco diretto all’indipendenza della banca centrale, un pilastro della stabilità economica americana. Se cade quello, la fiducia globale nel dollaro e nel sistema USA entra in zona rossa. E poi c’è Epstein. I file che non escono. I deputati che non mollano. Il sospetto che qualcosa di enorme resti sepolto. In questo contesto, è legittimo chiedersi se l’escalation continua, Minneapolis, Groenlandia, Iran, non serva anche a distrarre, a spostare l’attenzione, a tenere l’America in uno stato di emergenza permanente. Trump resta con i nervi tesi su quei file, tanto da arrivare a mostrare il dito a un operaio della Ford che gli urlava: “Insabbiatore di pedofi”. Trump, che sta entrando nel suo secondo anno di secondo mandato alla Casa Bianca, continua a governare attraverso il caos, interno ed esterno. Militarizza il conflitto politico in casa e flirta con il conflitto armato fuori. Minneapolis non è un incidente. È un test. La domanda non è più se l’America stia cambiando. La domanda è quanto reggeranno ancora le sue istituzioni prima che la linea venga superata.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).




















