di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il 2026 a New York è cominciato con un freddo tagliente ma con un calore umano impressionante. Downtown, davanti a City Hall, migliaia di persone – soprattutto giovani – si sono strette per assistere all’insediamento di Zohran Mamdani, 34 anni, primo sindaco musulmano e anche socialista della città. Io ero lì, in mezzo alla folla: ho aspettato con loro, ho ascoltato, ho fatto domande. E quello che ho visto è stato più di una cerimonia. È stato un momento politico. Una elettrice di Mamdani entusiasta ha detto: “Questa è la città più grande degli Stati Uniti ed è come se lui fosse il sindaco di tutti gli Stati Uniti… e forse anche del mondo. È un segno di cambiamento.” Un altro, più lucido, ha spiegato perché lo ha votato: “Ha portato promesse di speranza. In un mondo pieno di politici corrotti, voglio essere io a tenerlo responsabile. Sono pronto a cavalcare quest’onda”. E non c’erano solo newyorkesi. Una ragazza arrivata dal Midwest mi ha detto: “Vengo dal Minnesota. Sono qui perché è bello essere testimoni di un cambiamento. Spero che quello che è successo a New York possa accadere anche altrove. Mi sembra l’inizio di qualcosa di attraente”.
È questo il punto: l’insediamento di Mamdani non è stato vissuto solo come l’arrivo di un nuovo sindaco, ma come l’apertura di un possibile laboratorio nazionale. Mamdani lo sa benissimo, e nel suo discorso inaugurale non ha fatto passi indietro. La frase più netta è stata: “Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico”. Poi ha aggiunto, parlando anche ai critici: “Non abbandonerò i miei principi per paura di essere definito radicale“. E rivolgendosi a chi non lo ha votato, ha scelto una formula inclusiva, quasi costituzionale: “Se sei un newyorkese, io sono il tuo sindaco”.
In quel momento la folla ha cambiato ritmo: meno euforia, più attenzione. Perché ora comincia la fase difficile. L’energia che lo ha portato fin qui – una mobilitazione giovane, multietnica, che scopre la politica – può essere il suo motore, ma anche il suo giudice più severo. È una generazione che chiede risultati, non solo slogan. A suggellare la dimensione nazionale del momento c’erano Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Il senatore indipendente del Vermont, che ha prestato giuramento a Mamdani, ha detto: “Quando i lavoratori stanno insieme e non si lasciano dividere, non c’è nulla che non possano realizzare”.
AOC era lì, visibilissima. Perché se Mamdani governerà bene, New York potrebbe diventare la piattaforma di lancio per qualcosa di più grande per la deputata del Bronx: una candidatura al Senato, o addirittura con un ruolo da protagonista in una futura corsa alla nomination democratica alla presidenza del 2028. Un rabbino venuto a sostenere Mamdani, mi ha detto che ha respinto con forza chi lo accusa di antisemitismo: “Non si è fatto intimidire. Ha spiegato chiaramente il suo rispetto e il suo impegno a difendere gli ebrei”.
Ed è impossibile non leggere questa giornata come un controcampo rispetto a Washington. Mentre New York inaugurava un sindaco che parla di redistribuzione, inclusione e partecipazione, gli Stati Uniti chiudevano il primo anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Un anno segnato, come ha scritto Susan Glasser sul New Yorker, da una presidenza ossessionata da vendetta, punizione e potere personale. Un’America più dura, più impaurita, più divisa. Mamdani non è l’anti-Trump per stile o per retorica. È qualcosa di diverso: è il prodotto di una reazione generazionale. La prova che, dentro l’America del trumpismo, esistono anticorpi politici. E New York, ancora una volta, li rende visibili prima degli altri. La domanda ora è brutale quanto semplice: riuscirà Mamdani a governare la città più importante e difficile d’America? Se fallirà, la destra esulterà con “ve l’avevamo detto, un socialista non può funzionare nella mecca del capitalismo”. Se riuscirà anche solo a partire bene, quella folla giovane che ho visto resistere al freddo per sostenere il suo sindaco, potrebbe diventare un modello replicabile anche a livello nazionale. Per ora, New York ha mandato un messaggio chiaro e non solo all’America: la storia non è finita. Anzi, ricomincia da qui.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).






















