Dalla guerra di Trump senza strategia all’America spaccata: il Re è nudo?

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il columnist televisivo Lawrence O’Donnell, la spina mediatica tra le più penetranti nel fianco di questa Casa Bianca, lo ripete senza mezzi termini: Donald Trump ha iniziato una guerra “senza essere in grado di spiegare perché”. Ed è esattamente questo il punto. La guerra con l’Iran sta entrando in una fase sempre più pericolosa. Trump continua a dire che “abbiamo vinto”, che il conflitto è quasi finito, che Teheran vuole trattare. Ma intanto manda migliaia di soldati, marines, paracadutisti. Escalation pura, senza una strategia visibile. Secondo un editoriale del The New York Times, il presidente ha costruito la guerra su una serie di affermazioni false o contraddittorie, nel tentativo di coprire una pianificazione debole e obiettivi confusi. E infatti il paradosso è evidente: Trump ora combatte per “controllare” lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra era aperto. Come ha detto O’Donnell, l’obiettivo della guerra è ottenere qualcosa che esisteva già prima della guerra.

È qui che il rischio Vietnam diventa concreto. Anche Lyndon B. Johnson iniziò senza voler una guerra totale, ma ogni passo lo trascinò più dentro, fino ad affogare nelle sabbie mobili da lui create. Oggi Trump sembra intrappolato nella stessa logica: non può fermarsi, perché apparirebbe sconfitto. Ma c’è un altro elemento, forse ancora più grave: il mercato. In queste ore si moltiplicano i sospetti di insider trading legati al petrolio. Movimenti anomali sui futures sarebbero avvenuti poco prima degli annunci di Trump su possibili negoziati con l’Iran, che hanno fatto scendere il prezzo del greggio. Se confermati, questi segnali aprirebbero un fronte enorme: chi sapeva? Chi ha guadagnato? E quanto la guerra è diventata anche uno strumento finanziario? Come ha detto ancora O’Donnell, “il mercato e il prezzo del petrolio stanno controllando la guerra di Trump”.

Sul fronte interno, la situazione non è meno preoccupante. Il caso ICE segna un punto di svolta. L’agenzia federale per l’immigrazione viene ormai usata come uno strumento di intervento diretto del presidente. Questa settimana Trump ha inviato agenti negli aeroporti per gestire il caos causato dal blocco dei finanziamenti alla Homeland Security. Ma quel caos è politico: i democratici vogliono limiti all’azione dell’ICE, i repubblicani vorrebbero negoziare, ma Trump non vuole alcuna trattativa. Il risultato è uno stallo totale. E nel vuoto istituzionale entra ICE. Secondo il The New York Times, Trump usa sempre più spesso questa agenzia come una sorta di forza “quasi militare” per obiettivi politici, non solo di immigrazione. Il problema è dove potrebbe portare questa dinamica tra otto mesi. Perché nel mondo trumpiano, come sostiene apertamente il suo ideologo Steve Bannon, ICE diventa lo strumento di controllo del territorio, fino al processo elettorale, dove Trump potrebbe avere nell’ICE un’arma di intimidazione di massa per scoraggiare il voto. Altro che politica sull’immigrazione. Qui siamo nel terreno della tenuta democratica.

Poi questa settimana dagli USA arriva la notizia bomba che potrebbe cambiare tutta l’economia costruita attorno ai social media. Una giuria presso la Los Angeles Superior Court, in California, ha dichiarato Meta (proprietaria di Facebook) e Google (di YouTube) responsabili per danni causati dai loro prodotti digitali, in un caso legato alla dipendenza da social e ai problemi di salute mentale di una giovane utente. È una decisione storica. Per la prima volta si apre seriamente la possibilità di trattare i social media come prodotti pericolosi, come accadde con il tabacco. Se questa linea reggerà in appello, l’intero modello economico dei social verrebbe ribaltato. In tutto questo caos, Trump vorrebbe far dimenticare il caso Epstein, ma questa settimana il Congresso ha interrogato due figure chiave, l’avvocato storico di Epstein, Darren Indyke, e il suo contabile, Richard Kahn.

Entrambi hanno negato di aver mai saputo dei crimini del loro cliente. Ma al Congresso cresce lo scetticismo. La deputata Melanie Stansbury ha parlato apertamente della possibilità che si continui a coprire Epstein anche dopo la sua morte. Il punto è che Indyke e Kahn gestiscono ancora il patrimonio e il fondo per le vittime. E quindi hanno anche un interesse economico diretto. Comunque il caso Epstein non si spegne, anzi è più scottante che mai.

Intanto sabato è prevista la terza grande mobilitazione nazionale del movimento No Kings Day, con manifestazioni in migliaia di città americane. Gli organizzatori parlano apertamente di una protesta di massa che non si vedeva dai tempi della guerra in Vietnam. A New York, in prima fila, ci sarà Robert De Niro, che terrà un comizio e che da mesi invita gli americani a mobilitarsi per difendere la democrazia dalle derive autoritarie di Trump. Come reagirà questa volta il presidente davanti a milioni di cittadini in piazza contro di lui? Perché questa volta i suoi video sui social, in cui “bombarda” i manifestanti con sterco trasformando la protesta in caricatura, mentre in Medio Oriente cadono bombe vere sui soldati americani, rischiano di non far ridere nemmeno i suoi sostenitori più accaniti.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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