Trump, il Commander-In-Chaos

Mandatory Credit: Photo by Aaron Schwartz - Pool via CNP/Shutterstock (16781861ct) United States President Donald J Trump speaks to the media as he meets Prime Minster Takeuchi Sanae of Japan in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA,. The war with Iran will be a major topic of discussions between the President and PM Takeuchi. Trump Meets PM Takeuchi Sanae of Japan, Washington, District of Columbia, USA - 19 Mar 2026

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Donald Trump sulla guerra con l’Iran cambia tono ogni giorno: promette che finirà presto, esclude le truppe di terra, poi lascia aperta la porta a nuove escalation, mentre il Pentagono prepara una richiesta da 200 miliardi di dollari per sostenere operazioni chissà ancora per quanto. Intanto il conflitto ha già colpito infrastrutture energetiche cruciali in Iran e nel Golfo, ha rimesso in tensione lo Stretto di Hormuz e ha fatto impennare il prezzo del petrolio, con effetti immediati sui mercati globali.

Anne Applebaum, su The Atlantic, ha colto il nodo essenziale. “Donald Trump non pensa in modo strategico. Non pensa storicamente, né geograficamente, né razionalmente. Non collega le azioni che compie oggi agli eventi che accadranno tra settimane”. E ancora: “Non considera le conseguenze più ampie delle sue decisioni. Non si assume responsabilità quando queste decisioni vanno male. Agisce per impulso. E quando cambia idea, nega quello che aveva detto prima”. Prima una guerra senza strategia, poi sorpresa per le conseguenze. Prima gli alleati tenuti all’oscuro, poi accusati di non aiutare. Per mesi, scrive Applebaum, molti leader hanno cercato di convincersi che dietro Trump ci fosse comunque un piano, un’ideologia, una logica, un tentativo di dare un senso a decisioni che senso non avevano.

Ma secondo Applebaum “questa settimana qualcosa si è rotto”. Perché mentre Trump non collega cause ed effetti, il resto del mondo lo fa. Vede Hormuz bloccato, vede l’energia salire, vede il rischio di escalation. E vede un presidente che, invece di assumersi responsabilità, attacca gli altri e pretende che risolvano il problema. E infatti gli alleati stanno dicendo no. Non per debolezza, ma per sfiducia. Dopo mesi di dazi, insulti e ricatti, oggi tutte le cancellerie sanno che Trump può chiedere una cosa al mattino e smentirla la sera. .

Emblematico l’incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi: per giustificare il mancato preavviso, Trump ha scherzato su Pearl Harbor. Una battuta che rompe decenni di diplomazia. Anche con Israele la confusione è evidente. Trump dice di aver rimproverato Netanyahu per l’attacco al giacimento di South Pars, temendo l’effetto sui mercati. Ma da Israele emerge che Washington era stata informata. Dunque: o Trump non controlla davvero l’alleato, oppure prova a prendere le distanze dopo. In entrambi i casi, una Casa Bianca che rincorre gli eventi.

Poi c’è Joe Kent, la crepa interna al trumpismo. Ex capo del National Counterterrorism Center, rappresenta quella parte di MAGA contraria a nuove guerre. Dimettendosi ha sostenuto che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente e che Israele ha pesato nella decisione. Il Wall Street Journal parla di una frattura ormai evidente: da una parte l’ala interventista, dall’altra influencer da Tucker Carlson a Megyn Kelly che, insieme a una parte dei giovani MAGA, vedono questa guerra come un tradimento.

A rendere tutto ancora più inquietante è arrivata Tulsi Gabbard. Interrogata al Congresso dopo l’uscita di Kent, la direttrice dell’intelligence nazionale ha sostenuto che non spetta all’intelligence stabilire cosa costituisca una minaccia imminente, ma al presidente. Una frase che ha fatto sobbalzare i legislatori. Significa forse che non è più l’intelligence a informare il potere, ma è il potere che decide cosa è vero e l’intelligence si adegua? Lo stesso schema emerge nel caso Epstein. La attorney general Pam Bondi si è presentata a un briefing a porte chiuse davanti alla House Oversight Committee. Non sotto giuramento, non pubblico. Alla domanda se rispetterà il subpoena per testimoniare il 14 aprile, ha evitato una risposta chiara. I democratici se ne sono andati, denunciando la riunione come una messinscena.

E poi Dan Goldman, deputato del mio distretto qui a Brooklyn, che in aula ha detto di aver visto una email del 2009 precedentemente oscurata. Secondo Goldman, quel documento contraddice la versione di Trump: Epstein non sarebbe mai stato cacciato da Mar-a-Lago. Accusa pesante, accompagnata da un’altra domanda: cosa si sta ancora nascondendo nei milioni di file non rilasciati? Il mondo è alle prese con un presidente degli Stati Uniti che si crea ogni giorno una realtà tutta sua, produce caos e lo chiama strategia. Ma ormai, dentro e fuori gli Stati Uniti, chi ci crede ancora?

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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