
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è una parola che questa settimana è risuonata più di ogni altra attorno all’accordo tra Stati Uniti e Iran: humiliation. Umiliazione. Donald Trump era arrivato al G7 in Francia convinto di poter finalmente cambiare la narrazione della sua presidenza. Dopo mesi dominati dalla guerra con l’Iran, dallo scandalo Epstein e da sondaggi in calo, il memorandum firmato con Teheran doveva essere il suo grande ritorno: il presidente che aveva promesso di chiudere la guerra e riportare stabilità in Medio Oriente. Invece si è trovato al centro di una nuova tempesta.
Le critiche non arrivano soltanto dai democratici. Arrivano da falchi repubblicani, commentatori conservatori e perfino da tradizionali sostenitori di Israele. L’accusa è semplice: dopo tre mesi di guerra, migliaia di morti e miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti ottengono più o meno ciò che avevano prima del conflitto, mentre l’Iran riceve nuove aperture economiche, investimenti internazionali e un graduale alleggerimento delle sanzioni. Trump sostiene che l’intesa sia migliore di quella raggiunta da Barack Obama nel 2015. Ma è proprio qui che emergono le critiche più pesanti.
L’accordo di Obama venne attaccato per anni da Trump come una resa all’Iran. Eppure quell’intesa fu raggiunta senza sparare un colpo. Oggi molti osservatori si chiedono se, dopo tre mesi di combattimenti, Washington non si ritrovi a concedere a Teheran condizioni almeno comparabili, se non addirittura più favorevoli, di quelle contenute nell’accordo che Trump aveva cancellato.
A rendere la situazione ancora più difficile per la Casa Bianca sono stati gli stessi iraniani. Mojtaba Khamenei, nuova Guida Suprema dell’Iran e successore del padre Ali Khamene,i ha dichiarato pubblicamente che Trump avrebbe firmato l’accordo “per disperazione”. Una frase che a Washington è risuonata come uno schiaffo, perché rafforza l’impressione che il presidente fosse arrivato al G7 con un solo obiettivo: portare a casa un accordo. Qualunque accordo.
E c’è un altro problema. Israele non ha firmato il memorandum. Benjamin Netanyahu ha già fatto sapere di non considerarsi vincolato dall’intesa. Il rischio che una nuova escalation con Hezbollah faccia deragliare tutto rimane concreto. È in questo contesto che emerge la figura di JD Vance. Per mesi il vicepresidente era stato identificato come il principale scettico della guerra all’interno dell’amministrazione, il punto di riferimento dell’ala isolazionista del movimento MAGA. Oggi, paradossalmente, è diventato il volto dell’accordo.
In una lunga intervista al New York Times, Vance si è trasformato nel principale difensore del memorandum. Ha sostenuto che l’Iran si trovi nella posizione più debole degli ultimi decenni e che l’intesa offra agli Stati Uniti una leva senza precedenti sul futuro del regime. È stato anche lui a lanciare un messaggio molto chiaro a Israele: non sabotate l’accordo. Ma proprio questa centralità potrebbe trasformarsi in una trappola politica. Trump ha già scherzato dicendo che, se l’accordo dovesse fallire, la colpa sarebbe di JD Vance.
Se il memorandum funzionerà, il merito sarà del presidente. Se fallirà, il vicepresidente diventa il “patsy” perfetto. Fino a poche settimane fa Vance appariva il favorito naturale per raccogliere l’eredità politica di Trump, mentre il segretario di Stato Marco Rubio era associato all’ala più interventista dell’amministrazione.
Oggi il destino di Vance è legato a doppio filo a un accordo che lui stesso, prima della guerra, probabilmente non avrebbe mai voluto difendere. Poi c’è l’altra America. Quella che questa settimana si è ritrovata a Chicago per l’inaugurazione dell’Obama Presidential Center. Nel suo discorso, Barack Obama ha parlato di partecipazione democratica, della capacità delle istituzioni americane di migliorarsi nel tempo e dell’importanza di proteggere una stampa libera che controlli e critichi chi governa.
Una visione dell’America quasi opposta a quella che domina oggi la Casa Bianca. Undici anni fa Obama raggiunse un accordo con l’Iran senza sparare un colpo. Trump lo definì il peggior accordo della storia e lo cancellò promettendo che avrebbe ottenuto molto di più.
Oggi, dopo tre mesi di guerra, il regime degli ayatollah è ancora al suo posto. Anzi, secondo molti analisti, esce dal conflitto più forte di prima, più compatto e con le sue componenti più radicali ulteriormente rafforzate.
Se davvero uno degli obiettivi era il regime change, il risultato sembra essere stato l’opposto. Viene da chiedersi se l’unico vero rischio di regime change dopo questa guerra non sia altrove.
Perché a novembre si voterà negli Stati Uniti. E se la percezione di un conflitto concluso con un’umiliazione continuerà a diffondersi nell’opinione pubblica americana, il leader che potrebbe pagarne il prezzo più alto potrebbe essere proprio quello che quella guerra l’ha voluta.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).



















