Trump accerchiato, ma quanto potrà resistere?

IPA85550915 - US President Donald Trump speaks during a signing ceremony for the "Secure America Act" in the Oval Office of the White House in Washington, DC, US, on Wednesday, June 10, 2026. President Donald Trump prevailed after dissident Republican lawmakers abandoned an effort to leverage a $70 billion spending package to prevent him from reviving a payout fund for political allies who say they were unfairly targeted by the Biden administration. (Photographer by Aaron Schwartz/Pool/Sipa USA)

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è una parola che descrive meglio di ogni altra la settimana politica americana: accerchiamento. Donald Trump appare sempre più assediato da crisi che non riesce a scacciare, e la Casa Bianca ricorda sempre più Little Big Horn: il generale Custer circondato dai guerrieri Lakota, Cheyenne e Arapaho che stringono lentamente il cerchio. La differenza è che i nemici di Trump non arrivano tutti dalla parte avversa. Alcuni stanno emergendo dal suo stesso campo.

Partiamo dal caso Epstein. Questa settimana il New York Times ha pubblicato un’anticipazione del libro Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, dei giornalisti Maggie Haberman e Jonathan Swan, in cui si descrivono riunioni segrete alla Casa Bianca. La notizia è il panico che emerge da quelle pagine. Per mesi l’universo MAGA ha alimentato la convinzione che gli Epstein Files avrebbero smascherato una rete di potenti protetti dal sistema. Trump, JD Vance, Kash Patel, Dan Bongino e molti altri hanno cavalcato quella narrativa. Poi, una volta arrivati al potere, si sono ritrovati intrappolati nella stessa storia che avevano contribuito a costruire.

Il libro racconta che la Situation Room, il bunker dove i presidenti americani hanno gestito crisi nucleari, guerre e operazioni contro il terrorismo, è stata utilizzata per discutere come sopravvivere politicamente allo scandalo Epstein. Non una volta. Più volte. Questo è il punto. Lo scandalo Epstein finora non è stato il Big One, il terremoto che avrebbe potuto travolgere la Casa Bianca. Finora è stato una lunga sequenza di scosse di avvertimento che continuano a colpire la presidenza. Ogni volta che l’amministrazione pensa di aver chiuso il dossier, emerge un nuovo dettaglio e con esso una nuova richiesta di trasparenza. E soprattutto emerge una verità politica devastante: Trump non teme più soltanto l’opposizione democratica. Si ritrova accerchiato da una parte della sua stessa base elettorale. JD Vance, secondo il libro, appare il più preoccupato. Teme che il caso Epstein possa allontanare una parte degli elettori più giovani che avevano sostenuto Trump nel 2024.

Ma Epstein non è l’unico problema. Sul fronte internazionale, Trump continua a oscillare tra minacce militari e annunci di pace. Giovedì mattina aveva promesso nuovi bombardamenti contro l’Iran. Poche ore dopo li ha cancellati, sostenendo che i negoziati fossero arrivati ai massimi livelli della leadership iraniana. Il problema è che Teheran non ha confermato nulla. È l’ennesimo episodio di una gestione sempre più imprevedibile della guerra e il Congresso comincia a mostrare segni di insofferenza. Per la prima volta da mesi, esponenti del suo stesso partito sfidano Trump su una questione fondamentale: l’uso della forza militare.

E come se non bastasse c’è l’economia. Questa settimana, di fronte ai nuovi dati che mostrano l’inflazione al livello più alto della sua presidenza, Trump ha risposto ai giornalisti con una frase che ha lasciato molti senza parole: “I love it”. Amo l’inflazione. Poi ha cambiato immediatamente argomento, parlando della guerra con l’Iran senza spiegare il motivo di quella dichiarazione d’amore per ciò che sta snervando i cittadini americani. Un episodio che ha alimentato ulteriori dubbi sulla sua capacità di mantenere una linea coerente, proprio mentre gli americani continuano a fare i conti con l’aumento dei prezzi.

Sul fronte interno intanto le crepe si allargano. William Pulte era l’uomo scelto da Trump per guidare l’intelligence nazionale dopo l’uscita di scena di Tulsi Gabbard. Pulte è un imprenditore immobiliare e influencer finanziario, ma non ha alcuna esperienza nel mondo dell’intelligence. La reazione è stata talmente negativa che persino importanti senatori repubblicani hanno espresso dubbi sulla sua idoneità. Nel giro di pochi giorni la Casa Bianca è stata costretta a fare marcia indietro. Trump ha annunciato la nomina di Jay Clayton, attuale procuratore federale di Manhattan ed ex presidente della Securities and Exchange Commission, come futuro direttore dell’intelligence nazionale. Pulte resterà solo temporaneamente in carica in attesa della conferma del Senato.

Anche qui la notizia non è Pulte. La notizia è che Trump continua a premiare la fedeltà personale più della competenza professionale, ma per la prima volta incontra una resistenza tale da essere costretto a correggere pubblicamente una sua scelta. Le amministrazioni forti nascondono le crisi. Le amministrazioni in difficoltà finiscono per discutere le proprie paure nella Situation Room e poi ritrovarle raccontate sulle pagine del New York Times. Mentre le scosse del caso Epstein continuano a susseguirsi, Donald Trump assomiglia sempre meno a un presidente che controlla il campo di battaglia e sempre più a un comandante circondato che vede il cerchio stringersi attorno a sé.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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