di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Il ceto medio non chiede privilegi. Chiede di non essere punito perché lavora, dichiara ogni euro e prova a migliorare la propria vita. E invece l’Italia sembra aver costruito un paradosso: chi rispetta le regole paga il conto, chi riesce ad aggirarle può incassare un premio.
Non è una guerra ai poveri. È una denuncia contro un’assistenza che, sommando bonus, esenzioni e soglie, rischia di perdere di vista i più deboli. A ogni emergenza nasce un sussidio; a ogni elezione si promette di conservarlo. Chi controlla i risultati? Chi verifica se quelle risorse liberano le persone dal bisogno o alimentano rendite? I dati non consentono slogan, ma neppure indifferenza. Secondo Itinerari Previdenziali, i trasferimenti statali alla gestione assistenziale dell’Inps sono cresciuti da circa 74 miliardi nel 2008 a 180 nel 2024. Comprendono voci differenti, non solo povertà.
Intanto, secondo l’Istat, i poveri assoluti sono passati da circa 2,8 a 5,6 milioni. Non significa che gli aiuti abbiano prodotto la povertà. Significa che spendere sempre di più non basta a dimostrare di spendere bene. La falla più grave è nell’equità. Molte agevolazioni dipendono dal reddito dichiarato. Ma dichiarato non vuol dire reale. Dove prosperano evasione e lavoro nero, il cittadino onesto può apparire benestante e l’evasore indigente.
Residenze di comodo e nuclei familiari costruiti ad arte possono aggravare la distorsione. Guai a sospettare di tutti i beneficiari: per rispettarli bisogna smascherare chi bara. Ogni euro finito a un falso povero è un euro negato a chi non arriva a fine mese. E spesso a finanziarlo sono lavoratori dipendenti e pensionati, i cui redditi sono visibili interamente. La progressività delle imposte è giusta; la disparità tra chi dichiara e chi nasconde non lo è.
Poi c’è la trappola delle soglie. Basta un aumento di stipendio per perdere più agevolazioni insieme. Si lavora di più, si guadagna qualcosa in più, ma il beneficio effettivo si assottiglia. Che messaggio manda lo Stato? Che avanzare conviene poco. Nel frattempo il ceto medio perde potere d’acquisto, risparmio e fiducia. Non serve inventare l’ennesimo bonus. Serve fare pulizia: censire le prestazioni, eliminare le sovrapposizioni, verificare redditi e patrimoni effettivi, rendere graduale l’uscita dagli aiuti. E soprattutto misurare ciò che funziona.
L’assistenza indispensabile va difesa; i sussidi senza risultati non possono diventare intoccabili. Lavoro regolare, formazione e servizi devono offrire una strada fuori dalla fragilità. La ricchezza di un Paese non nasce solo dai grandi patrimoni. Nasce dalle famiglie che risparmiano, studiano, investono, comprano casa, aprono imprese e scommettono sul futuro. Se soffochiamo questa energia, prosciughiamo anche le risorse della solidarietà. Difendere il ceto medio e proteggere i poveri non sono obiettivi rivali: sono la stessa battaglia per uno Stato giusto. Uno Stato che aiuta chi ne ha bisogno, non chi sa approfittarsene.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).









