di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – La decisione del Presidente degli Stati Uniti di sospendere le sanzioni sul diesel russo, la parziale interruzione del sistema di telecomunicazioni militari Starshield utilizzato dalle Forze Armate ucraine, la mancata condivisione dell’intelligence satellitare americana dell’arrivo imminente di missili balistici russi.
Sono tre indizi che fanno una prova di un’intesa tra Trump e Putin per indebolire drasticamente la resistenza dell’Ucraina.
L’obiettivo è creare vulnerabilità e imporre a Zelensky un cessate il fuoco alle condizioni di Putin, ossia la cessione dell’intero Donbass, comprese le aree mai conquistate dalla Russia.
Il corollario del cessate il fuoco sono le dimissioni del Presidente Zelensky, che Mosca pretende dal primo giorno della sua aggressione.
La riunione dell’APEC a Shenzhen in novembre può essere l’occasione per sancire questa intesa a danno dell’Ucraina e alle spalle dell’Europa, con una solenne riunione tripartita tra i Grandi del mondo, ossia Trump, Putin e Xi Jinping.
Non necessariamente le cose andranno come Trump e Putin vorrebbero.
Tra pochi giorni, il 3 novembre, ci sono infatti le elezioni di mid-term e le prospettive elettorali per Trump sono sfavorevoli.
Quelle elezioni riguardano molto da vicino anche noi europei.
Una pesante sconfitta del Partito Repubblicano e un nuovo Congresso controllato dal Partito Democratico alla Camera e forse anche al Senato finalmente metterebbero il morso alle intemperanze di questo Presidente in politica estera e all’astio che egli nutre per noi europei.
L’ultima trovata, la sospensione delle sanzioni sul diesel esportato dalla Russia, ha aperto una breccia nel meccanismo sanzionatorio e potrebbe essere l’inizio di ulteriori misure di scongelamento di risorse finanziarie russe bloccate nelle banche americane.
La portata immediata della decisione di Trump sul diesel è politica molto più che economica.
Annunciando che permetterà alla Russia di vendere sui mercati 1,8 milioni di tonnellate di diesel entro dicembre 2026, Trump ha affermato di voler in tal modo far scendere i prezzi del diesel.
Ma questa è soltanto un’infantile mistificazione della realtà, visto che si tratta di quantità modeste, meno della metà del consumo di diesel dei soli Stati Uniti nell’arco di un giorno.
E Putin quel diesel da vendere all’estero probabilmente non ce l’ha proprio.
L’Ucraina ha infatti già distrutto quasi la metà della capacità di raffinazione della Russia e, dopo il tradimento di Trump, appare ancor più determinata a continuare a colpire le raffinerie dell’avversario.
E allora?
L’annuncio di Trump fa pensare a una scelta di campo apertamente filorussa.
A parte la propaganda elettorale per contenere l’imminente sconfitta alle urne, Trump vuole mandare un messaggio, ossia che l’America, incluse le società che fanno capo ad amici e parenti del Presidente, vuole riprendere a fare affari con Putin, quale che sia la violenza con cui questi sta conducendo la guerra e quale che sia il prezzo che l’Ucraina dovrà pagare.
I due plenipotenziari della diplomazia di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno già in passato candidamente affermato che, per fermare l’aggressione russa, occorre fare affari con Mosca.
Unilateralmente, sulla sua personale piattaforma, Trump sabato scorso ha annunciato anche che ci sarebbe stata, «effective immediately», una tregua «energetica» nei bombardamenti tra i due contendenti.
Senza molto riguardo per Trump, già nella serata di domenica i russi hanno bombardato proprio quelle infrastrutture. E, dopo essersi fermata per 24 ore, anche l’Ucraina lunedì ha ripreso a fare altrettanto contro le raffinerie dell’avversario.
Il fatto è che quella «tregua energetica» annunciata incautamente è l’opposto dell’obiettivo bellico che i due Paesi in guerra si propongono in questa fase.
L’obiettivo russo è preparare un inverno insopportabile per i civili ucraini. L’obiettivo ucraino è devastare le raffinerie russe per impedire la produzione e l’export di idrocarburi che alimentano la guerra di Putin.
A noi europei, la connivenza tra il Presidente americano e quello russo potrebbe riservare anche un’altra amara sorpresa.
Per Trump quest’autunno ci saranno infatti due opportunità, sotto i riflettori del mondo, di marcare la distanza dell’America dall’Europa e la sua intesa con la Russia.
La prima sarà il vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), che si terrà a Shenzhen il 18-19 novembre.
È già previsto da tempo che Trump e Xi Jinping si incontrino in quella occasione, per la terza volta quest’anno.
La seconda data che potrebbe riservarci brutte sorprese è quella del successivo vertice del G20, previsto a Miami il 14-15 dicembre.
Un vertice che, poco dignitosamente per i Capi di Governo invitati, si terrà letteralmente nella dépendance personale di Trump, il Trump National Doral, un pacchiano complesso con 643 stanze, quattro campi da golf, SPA di ogni genere e piscine faraoniche.
Putin è stato invitato da Trump a parteciparvi con tutti gli onori.
Questa è la prima volta che un vertice multilaterale si tiene, peraltro a pagamento per quanto riguarda l’uso delle stanze d’albergo, in una location che appartiene letteralmente, non figurativamente, al Presidente, padrone di casa.
Ma, a parte queste curiosità, chiediamoci perché questi due appuntamenti internazionali riguardino l’Europa.
La ragione è che a Shenzhen in novembre, oppure nel boudoir del Trump National Doral in dicembre, potrebbe aver luogo il primo incontro trilaterale tra lo stesso Trump, Putin e Xi Jinping.
L’oggetto dell’incontro, dalle notizie che circolano, sarebbe la «pace».
Se ci fosse, quell’incontro potrebbe non essere che l’inizio di una prassi.
Ma di quale pace si parlerebbe?
Prima di tutto, di quella in Ucraina.
Per Trump è la più facile da ottenere: basta che tolga a Zelensky tre pilastri della resistenza. Il primo è Starshield, la versione militare della rete satellitare Starlink di Elon Musk. Il secondo è l’intelligence satellitare americana per i missili lanciati dai russi. Il terzo sono le piattaforme e le munizioni di difesa antimissile che sono prodotte negli USA, ma vengono pagate dai Paesi europei che poi le passano all’Ucraina.
Due segnali arrivati oggi dal teatro ucraino sono particolarmente preoccupanti, perché sono indicativi della volontà americana di piegare in tempi brevi le capacità di resistenza dell’Ucraina.
Il primo è che le Forze Armate di Kiev stanno registrando interruzioni nel funzionamento della rete di comunicazioni Starshield, che governa le traiettorie dei droni ucraini, e non hanno ricevuto informazioni plausibili dai tecnici di Elon Musk circa le ragioni del problema. Musk ha fatto sapere che la sua Starshield è gestita dal Pentagono e, in tal modo, ha confermato che l’interruzione del servizio è stata decisa a livello politico.
Il secondo segnale è la mancata allerta da parte dell’intelligence satellitare americana circa l’imminente impatto di missili balistici russi contro obiettivi civili in Ucraina. La conseguenza è stata che, in assenza del preavviso che consente ai civili di rifugiarsi nei bunker, le sirene d’allarme non sono state attivate e questo ha causato un numero particolarmente elevato di vittime civili.
Quale sarebbe l’interesse di Xi Jinping a convocare un vertice tripartito a Shenzhen?
In primo luogo, il Presidente del PCC ne uscirebbe con l’aureola di leader e uomo di pace a livello planetario, capace di mettere al tavolo russi e americani per far tacere le armi.
Xi potrebbe pretendere comunque anche qualcosa di più concreto, ossia un ulteriore rinvio delle forniture militari americane a Taiwan, già approvate ormai un anno fa dal Congresso e mai consegnate per decisione di Trump.
Per quanto concerne il Presidente americano, il principale tornaconto riguarderebbe la guerra con l’Iran. Una guerra che l’America non riuscirà a sostenere a lungo e da cui non riesce a districarsi.
Il Presidente chiederà a Xi e a Putin di esercitare pressioni sull’Iran perché accetti un cessate il fuoco che per gli americani sia dignitoso quanto basta a permettere loro di «declare victory and leave».
Ma non è affatto detto che questa operazione riesca, perché l’Iran è convinto di essere in una buona posizione strategica e perché, mentre gli strumenti di coercizione di Trump sull’Ucraina sono di efficacia pressoché immediata, quelli cinesi e russi sull’Iran sono meno diretti e cogenti, anche se significativi.
In conclusione, non ci sono ancora evidenze che il vertice a tre effettivamente ci sarà. Quello che è sicuro è che se ne sta parlando da qualche settimana nelle tre capitali.
Non deve essere facilissimo per Putin e per Trump convincere Xi Jinping a organizzarlo.
Rispetto a Russia e America, la Cina è al momento obiettivamente messa molto meglio.
Le guerre in Ucraina e nel Golfo stanno portando soprattutto vantaggi alla postura di politica estera e di sicurezza di Pechino.
La Russia è diventata per necessità un vassallo di Pechino, compra tutto quello che la manifattura cinese decide di esportarvi e vende in Cina il petrolio a prezzi stracciati.
Gli Stati Uniti, invece, restano impigliati in una ragnatela di rischi militari ed economici pressoché impossibili da governare, ma che stanno costando molto sia in termini finanziari sia di arsenali militari. E questo aiuta a far sì che tra le priorità dell’America oggi non ci sia spazio per la salvaguardia di Taiwan.
La conferma delle discussioni in atto per il vertice a tre viene da Mosca, da Putin in prima persona.
Il direttore del Center for China and Globalization, organismo controllato dal Governo di Pechino, la settimana scorsa ha chiesto a Putin, in un’intervista, se fosse ipotizzabile un incontro tra lo stesso Putin, Trump e Xi a Shenzhen, con «l’obiettivo di promuovere la pace».
Putin ha risposto che «l’incontro è possibile» e che l’iniziativa di realizzarlo «dipende anche dalla Potenza padrona di casa».
La risposta del Presidente russo suona come un appello a Xi perché concretizzi l’invito. E come un mezzo per preparare il terreno per quella riunione, indicando fin d’ora la disponibilità di Putin a una mediazione per un cessate il fuoco.
Mediazione da realizzare nel contesto del riconoscimento che la Russia è una delle tre Grandi Potenze globali e a certe condizioni.
D’altronde, lo stesso Trump da oltre un anno sta lasciando la porta aperta per un incontro tripartito.
E in questa luce si comprende meglio la sua sorprendente affermazione di sabato. Secondo Trump, Zelensky «avrebbe potuto chiudere questa guerra in più occasioni, ma non ha voluto coglierle». E l’Ucraina «ha bisogno di un nuovo Presidente».
In chiaro, Zelensky e la resistenza ucraina sono di ostacolo alla politica estera e commerciale americana e a una nuova sistemazione degli assetti strategici in Europa.
A parte gli opachi legami personali sui quali il prossimo Congresso farà luce, Trump e Putin sembrano avere in comune una visione del mondo da suddividere in sfere di influenza dominate da Paesi in grado di esercitarla con lo strumento militare.
Per le Americhe, Trump non ha esitato a ufficializzare questi concetti, nel complesso definiti come «Donroe Doctrine».
Non ci si può dunque sorprendere se Trump manifesta connivenza per la simmetrica pretesa di Putin di ricostituire intorno alla Federazione Russa la zona di rispetto che, mutatis mutandis, aveva l’Unione Sovietica prima che si disintegrasse.
Trattandosi di Trump e della sua infinita capacità di portare rancore, ricordiamoci che Zelensky, il 25 luglio del 2019, nella telefonata che è stata il colpo d’inizio della procedura di impeachment da parte del Congresso, si è permesso di respingere la richiesta dello stesso Trump di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Joe Biden. E questo in cambio di una fornitura di missili Javelin.
Con l’approssimarsi della data dell’APEC, sentiremo evocare facili paralleli con l’incontro di Yalta del 4-11 febbraio del 1945, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, a guerra ormai vinta, discussero gli assetti postbellici.
Il parallelo tra Yalta e l’eventuale riunione tripartita di Shenzhen in novembre o di Miami in dicembre è storicamente improprio.
La ricerca storica ha infatti accertato da tempo che a Yalta Roosevelt e Churchill non stipularono affatto un’intesa con Stalin sulla divisione dell’Europa e ancor meno riconobbero all’Unione Sovietica il controllo postbellico dei Paesi dell’Europa centrale.
Al contrario, nella dichiarazione ufficiale, sottoscritta l’11 febbraio 1945, si prevedeva che nei Paesi occupati i vincitori si sarebbero impegnati ad «aiutare i popoli liberati a creare istituzioni democratiche di loro scelta… attraverso elezioni di governi responsabili verso la volontà popolare».
Per Stalin, il termine «istituzioni democratiche» voleva dire «istituzioni di democrazia popolare» di impronta sovietica, sottoposte al controllo di Mosca.
La simpatia di Vladimir Putin per Josif Vissarionovich Džugašvili, detto Stalin, e per l’Unione Sovietica fa presagire il genere di interpretazione che Putin darebbe al riconoscimento di una sua sfera di influenza in Europa centrale e orientale.
E i leader europei non dovrebbero lesinare chiarezza nel denunciare con forza il rifiuto di accettare i seguiti in Europa di un’intesa tra Putin e Trump. Anche perché gli elettori americani, il 3 novembre, potrebbero sbarrare la strada a Trump se decretassero nelle urne un «wipeout», una sconfitta clamorosa del Partito Repubblicano.
Xi Jinping sta appunto attendendo di vedere i risultati di queste elezioni prima di decidere se formulare davvero l’invito tripartito o lasciar perdere.
Per noi europei, la sconfitta elettorale di Trump sarebbe una boccata d’ossigeno per alzare la posta nel contrasto all’aggressione russa e riacquistare anche una più dignitosa postura verso l’America dei MAGA.
Si può fare, il Canada lo dimostra.
Per noi italiani, la pubblica disapprovazione espressa finalmente senza mezzi termini dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la decisione di Trump sul diesel russo è un fatto molto positivo e sarebbe bene dargliene atto.
* Ambasciatore A. R., ex Ambasciatore a Tokyo ed ex Direttore della Fondazione Italia Cina
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









