ADDIO MARADONA, 60 ANNI DI PRODEZZE ED ERRORI UMANI

Quando se ne va uno come Maradona, si resta stupefatti. Non solo per il campione, ma soprattutto per l’uomo. Crisi respiratoria, abbiamo letto. Diego Armando Maradona è stato un asso del calcio, ma un uomo controverso perchè ha accompagnato la propria carriera con errori che hanno fatto il giro del mondo, sicchè non si sa quali sentimenti coltivare. Per noi è stato il personaggio da ammirare quando eravamo negli stadi a raccontare le sue gesta pedatorie. Era impossibile tornare a casa con un servizio televisivo senza una sua prodezza in campo e senza una sua smorfia, una sua parola, un suo sorriso. A Brescia, in una delle sue prime apparizioni in Italia, prima della partita i suoi tifosi intonarono quella canzone che è rimasta celebre: “Maradona è meglio ‘e Pelè” che ha fatto il giro del mondo. Epperò a 80 anni appena compiuti, Pelè è rimasto vivo, lui se n’è andato. Diego ha sempre ammesso le proprie debolezze. Personalmente non abbiamo mai assistito alle sue tragedie umane: le abbiamo lette. Lo ricorderemo trionfante a Città del Messico, quando aveva vinto i Mondiali e baciava la Coppa del Mondo, lo abbiano visto vincere due scudetti col Napoli, città cui è rimasto molto legato e che lo sta piangendo come un figlio. Lo ricordiamo ballerino che improvvisava sulle scene televisive, scherzoso, autentico personaggio. Il suo lato oscuro lo ricordiamo meno: abbiamo visto le immagini del suo volto devastato dalla droga, quelle delle sue saltuarie frequentazioni degli ospedali, compresa l’ultima uscita con la testa incerottata. In Argentina hanno indetto tre giorni di lutto. Nella Plaza de Maio, davanti alla Casa Rosada, c’era una insegna luminosa che parlava dei più grandi argentini: Papa Francesco, Gardel l’inventore del tango e i calciatori Messi e Maradona. Dicono che non sia stata l’ultima operazione alla testa ad averlo ucciso. E’ stata una crisi improvvisa, che ne ha troncato la vita. Maradona era un generoso sul campo, dove talvolta vinceva da solo. Era un generoso anche fuori, per i suoi gesti a favore dei poveri come lui, che era aveva origini umili e, nonostante la sua fama, le sue ricchezze, è rimasto sempre umile, a suo modo.

Maradona non è stato uno qualsiasi, nel mondo del calcio. Dici Maradona e ti sovviene il sogno, l’asso più bravo dell’orbe terraqueo nel periodo in cui giocava, quello che vinceva la Coppa del Mondo, lo scudetto, la Coppa Uefa quasi da solo con le sue prodezze, con le sue punizioni millimetriche, con la forza che soltanto un vero campione può dare a una squadra che si riflette nella sua classe. Dici Maradona e ti vengono alla mente anche i Mondiali del 1990, i “nostri” Mondiali, quelli che non abbiamo vinto perchè “El Pibe de oro” decise, con l’appoggio dei tifosi napoletani (che tifarono per lui) al San Paolo, la qualificazione dell’Argentina segnando l’ultimo rigore, quello che seguì il tiro di Donadoni e precedette quello di Serena, entrambi parati da Goycoechea.

 

Dici Maradona e vedi, nel dopocarriera, le sue immagini di uomo ammalato, ingrassato, che entra ed esce dagli ospedali. L’avevamo incontrato a Pechino, al seguito dell’olimpica argentina (studiava da ct della Nazionale), vittoriosa grazie anche ai gol di quello che sarebbe diventato il suo genero Kun Aguero. Scendeva qualche volta in campo per “allenarsi” con i gauchos di Batista, suo vecchio compagno di squadra, rubando la scena alla squadra. La sua vita è stata piena di prodezze e nefandezze, vissuta fra i gol stupendi e l’idolatria dei tifosi e il fastidio del “Palazzo” a causa dell’alcol e della droga che lo hanno devastato e portato più volte a un passo dalla morte. A Napoli dicono che nel suo contratto ci fosse scritto solo che doveva presentarsi sul campo, la domenica, all’ora della partita, in divisa di gioco. Nessun altro obbligo. E lui se ne approfittava un pò. Lo chiamavano anche “l’artista”, perchè dal suo straordinario sinistro poteva venir fuori qualsiasi prodezza. Una volta, al Verona, segnò quasi da centrocampo, con un pallonetto imprendibile che lasciò di stucco tutti; al Mondiale messicano, nel 1986, fece all’Inghilterra un gol di mano (“La mano de Dios”) che fece scoppiare polemiche terrificanti, ma rifilò ai britannici anche una rete incredibile, partendo da centrocampo e dribblando cinque o sei avversari, prima di depositare la palla nella porta.
Era difficilissimo intervistarlo. Ed era necessario farlo perchè la sua faccia era come una calamita e attraeva il pubblico. Bastava un sospiro, per dare importanza a un servizio televisivo.
Una volta se ne andò (dissero per un miliardo di lire) a dare un saggio della sua arte pedatoria al figlio di uno sceicco. La domenica successiva giocò a San Siro, non toccò quasi palla e il Napoli perse con l’Inter. Con un montaggio sofisticato lo rappresentammo su un cammello nel deserto mentre in sottofondo la canzonetta di Carosone faceva: “Comme sì bello, a cavallo a ‘stu cammello, cò binocolo a tracolla, cò turbante e ‘o narghilè…”. Tre giorni dopo a Zurigo c’era un’amichevole fra Italia e Argentina. E seguimmo la squadra sudamericana. Ci vide dalla finestra dell’hotel e fece cenno con la manina di andar su: “Pss, pss…giornalista, sali in camera mia che ti devo parlare. Porta il cammello…”. Pregammo l’operatore di accompagnarci: temevamo che ci tirasse un cazzotto. Invece a quattr’occhi disse: “Senti, le mie bambine hanno visto il papà sul cammello e vorrebbero il filmato. Se non me lo fai avere non ti parlo più”. Lo accontentammo. Tutto quello che riguardava Maradona (cose belle e cose brutte) attirava le attenzioni della gente. Un grande che se ne va. Un lutto che colpisce un pò tutti quelli che lavorarono accanto a lui nei suoi anni ruggenti. Un lutto che colpisce un campione che ci ha fatto scrivere ed emozionare. In cielo speriamo che continui a fare prodezze, come in terra.


(ITALPRESS).

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