di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Un Nobel per la Pace che suona come uno schiaffo politico a Benjamin Netanyahu e, contemporaneamente, a Donald Trump. Il Comitato norvegese ha assegnato il premio 2026 a Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, giurista sudafricana, già giudice della Corte penale internazionale (Cpi), ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani e soprattutto presidente, fino al 2025, della Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu sui Territori palestinesi occupati. Proprio quella commissione che lo scorso anno ha concluso che Israele ha commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza, attribuendo anche a Netanyahu responsabilità nell’incitamento al genocidio.
Conclusioni categoricamente respinte dal governo israeliano, che ha accusato Pillay e i suoi collaboratori di pregiudizi contro lo Stato ebraico. La risposta di Israele al Nobel non si è fatta attendere. Il ministero degli Esteri ha denunciato quella che ha definito una “grottesca strumentalizzazione” del premio per legittimare odio e pregiudizi antisraeliani. I rapporti fra Pillay e Israele erano del resto compromessi da anni.
Già nel giugno 2022, durante una conferenza stampa all’Onu, la giurista sudafricana denunciava che le autorità israeliane impedivano alla sua commissione d’inchiesta di entrare nel Paese. “Siamo delusi per il fatto che Israele non ci ha permesso di visitarlo”, dichiarò, spiegando che gli investigatori volevano ascoltare direttamente anche le vittime israeliane degli attacchi di Hamas. Un divieto rimasto in vigore anche dopo il 7 ottobre 2023, quando Pillay tornò a denunciare l’impossibilità di raccogliere testimonianze sul posto. Un paradosso: Israele accusava la commissione di parzialità, ma allo stesso tempo le impediva di svolgere le indagini sul proprio territorio.
Il presidente del Comitato norvegese, Jorgen Watne Frydnes, ha precisato che il lavoro di Pillay sull’inchiesta relativa a Gaza ha rappresentato una parte importante delle motivazioni del riconoscimento. Un dettaglio politicamente esplosivo, soprattutto perché il premio arriva a meno di tre settimane dalle elezioni israeliane del 27 ottobre. Netanyahu si prepara a chiedere agli elettori un nuovo mandato dopo tre anni segnati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, dalla devastante guerra a Gaza e dai conflitti con Hezbollah e Iran.
I sondaggi mostrano difficoltà per la sua coalizione, anche se la frammentazione dell’opposizione rende incerto il futuro governo. Il Nobel a Pillay aggiunge un elemento a questo scenario: l’immagine internazionale di Israele, già profondamente compromessa dalle accuse sui crimini commessi a Gaza. È difficile immaginare come Netanyahu possa ricomporre i cocci della reputazione internazionale del suo Paese continuando a respingere le istituzioni incaricate di accertare eventuali violazioni del diritto internazionale.
Potrà il Nobel influenzare gli ultimi elettori israeliani indecisi? Non necessariamente. Per i sostenitori di Netanyahu potrebbe persino diventare un’ulteriore dimostrazione di quello che considerano un pregiudizio internazionale contro Israele. Per i suoi oppositori, invece, rappresenta un nuovo argomento contro la gestione della guerra e l’isolamento diplomatico del Paese.
Il riconoscimento è però anche un messaggio a Washington. Donald Trump, che non ha mai nascosto il desiderio di ricevere il Nobel per la Pace, vede premiata una donna che ha fatto parte proprio della Corte penale internazionale, una delle istituzioni contro le quali la sua amministrazione ha lanciato un’offensiva politica e diplomatica.
Appena il 22 settembre scorso, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Trump aveva sferrato un attacco durissimo contro la Cpi, definendola “un’istituzione fuori controllo”, “un tribunale antiamericano” e i suoi rappresentanti “un gruppo di persone malvagie”.
Poi, dal podio dell’Onu, aveva rivolto un appello a tutti gli Stati membri: “Chiedo a tutte le nazioni che fanno parte della Corte penale internazionale di abbandonare immediatamente questa istituzione canaglia”. Non soltanto parole. La Casa Bianca ha imposto sanzioni contro funzionari della Cpi, l’istituzione che ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito la Corte un organismo corrotto e politicizzato, accusandola di violare la sovranità nazionale e annunciando una campagna per smantellarne l’influenza. È uno scontro che va oltre Gaza. Riguarda il principio stesso secondo cui anche i governanti devono poter rispondere davanti alla giustizia internazionale per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
È proprio questo il messaggio che Oslo ha voluto sottolineare. “Quando la forza prevale sul diritto, vengono minate la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica”, ha avvertito il Comitato Nobel, denunciando gli attacchi contro i giudici e le istituzioni internazionali.
La scelta di Pillay acquista ancora più significato ripercorrendone la storia. Nata a Durban nel Sudafrica dell’apartheid, in una famiglia di origine tamil indiana, è stata avvocata dei militanti antirazzisti, tra cui Nelson Mandela.
È diventata la prima donna non bianca giudice dell’Alta Corte sudafricana, poi magistrata del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ha guidato l’Alto commissariato Onu per i diritti umani. Oggi partecipa come giudice ad hoc al procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia che vede il Myanmar accusato di genocidio. La sua commissione ha inoltre attribuito crimini di guerra anche a Hamas per gli attacchi del 7 ottobre e la presa di ostaggi, ribadendo che le norme internazionali devono valere per tutti.
Il Nobel non equivale a una sentenza giudiziaria e non risolve le controversie sulla qualificazione dei crimini commessi a Gaza. È però una scelta inequivocabile sul valore delle istituzioni chiamate ad accertarli. In un mondo nel quale le grandi potenze rivendicano sempre più spesso il diritto di agire senza vincoli, il Comitato norvegese ha deciso di premiare chi ha dedicato la vita a difendere quei vincoli. Il messaggio politico che arriva da Oslo, per Netanyahu come per Trump, è inequivocabile: giù le mani dal diritto internazionale.
-Foto IPA Agency-
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