di Andrea Colucci
ROMA (ITALPRESS) – Le cene d’agosto hanno un vantaggio: allentano i tempi e, qualche volta, anche le difese. Così, trovandomi in una tavolata estiva, a casa di amici con diversi ragazzi adolescenti, alcuni dei quali affronteranno l’ultimo anno di liceo, ho provato a fare una domanda inevitabile per gli adulti e probabilmente fastidiosa per chi ha diciassette anni: “Che cosa vorreste fare dopo la scuola?”. Le risposte, com’era prevedibile, sono arrivate tra esitazioni, sorrisi e qualche “non lo so”. Un disorientamento del tutto comprensibile a quell’età. Qualcuno, però, aveva già un’idea: ingegneria biomedica, per esempio, scelta moderna e certamente ricca di prospettive. Molti altri sembravano invece muoversi lungo binari più tradizionali, spesso quasi per continuità familiare: medicina, giurisprudenza, professioni già conosciute attraverso i genitori, più che nate da un desiderio personale chiaramente maturato. Non poteva mancare il mondo della comunicazione – e, per mestiere, dovrei esserne soddisfatto – così come non poteva mancare, figlio dei nostri tempi, almeno un aspirante influencer.
Ma in quella piccola statistica estiva mancava completamente lo spazio. Nessuno ha pronunciato la parola aerospazio. E, cosa forse ancora più sorprendente, nessuno ha nemmeno tirato fuori il vecchio, glorioso e un po’ ingenuo “da grande voglio fare l’astronauta”. Evidentemente anche i sogni, nel frattempo, hanno aggiornato l’algoritmo. Ho provato allora a raccontare loro che l’aerospazio non è affatto un mestiere per pochi specialisti chiusi in un laboratorio, né un settore riservato a chi si laurea in ingegneria aerospaziale. È, sempre di più, una filiera ampia nella quale convivono ricerca, industria, servizi, digitale, economia e nuove professioni. Servono ingegneri, naturalmente, ma anche fisici, matematici, informatici, esperti di dati e intelligenza artificiale, tecnici specializzati, project manager e professionisti della cybersecurity.
E poi ci sono tutte quelle competenze che spesso non associamo immediatamente allo spazio. Pensiamo ai giuristi, chiamati a misurarsi con la space law, con le nuove regole sulle attività spaziali, la responsabilità degli operatori, la gestione delle orbite e l’utilizzo delle risorse. Oppure agli economisti e agli esperti di finanza, perché la space economy è ormai un mercato vero, fatto di investimenti, imprese e start-up. E ancora marketing, comunicazione, relazioni istituzionali, risorse umane, amministrazione: le normali funzioni di staff, anche impiegatizie, di qualsiasi organizzazione, applicate però a uno dei comparti più innovativi e internazionali del nostro tempo.
L’Italia, peraltro, non parte da zero. Ha centri di ricerca, istituzioni e imprese che costituiscono un ecosistema di assoluto rilievo. Al CIRA, il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, molti giovani hanno la possibilità di perfezionarsi e confrontarsi direttamente con la ricerca avanzata.
Lo raccontano bene anche i PhD Days: nell’edizione 2026, 63 dottorandi provenienti da 14 università italiane hanno presentato i propri progetti e discusso con tutor e ricercatori, costruendo quella rete di competenze che è uno degli elementi decisivi per il futuro del settore. C’è poi l’Agenzia Spaziale Italiana, punto di riferimento non soltanto per i programmi nazionali e internazionali, ma anche per la formazione scientifica, i dottorati, le borse e le iniziative rivolte agli studenti.
E c’è una filiera industriale che comprende grandi protagonisti come Leonardo, Thales Alenia Space e Avio, accanto a una rete sempre più estesa di medie e piccole imprese, start-up e fornitori altamente specializzati. Forse, dunque, il problema non è la mancanza di opportunità. È la loro visibilità. Continuiamo spesso a proporre ai ragazzi una mappa delle professioni disegnata molti anni fa, mentre il mercato del lavoro e la tecnologia stanno cambiando a una velocità impressionante.
Alcuni percorsi classici resteranno indispensabili, naturalmente; altri dovranno trasformarsi profondamente e potrebbero offrire sbocchi meno automatici di quanto ancora immaginiamo. Per questo, in questa sera d’agosto, più che suggerire un mestiere ho provato a raccontare un orizzonte. Prima di scegliere che cosa studiare, vale la pena sapere che esistono mondi nuovi nei quali competenze molto diverse possono trovare spazio – è proprio il caso di dirlo. E magari, alla prossima cena, non servirà che qualcuno dica davvero di voler fare l’astronauta. Basterebbe che almeno uno, davanti alla domanda sul proprio futuro, alzasse gli occhi un po’ più in alto.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).









