di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è un’immagine che forse racconta meglio di tutte il momento politico di Donald Trump: il presidente americano che posta messaggi furiosi nel cuore della notte, alternando minacce all’Iran, attacchi al Papa, foto generate con l’intelligenza artificiale dove appare come un supereroe muscoloso, mentre a Washington i suoi uomini si contraddicono sulla guerra, le tariffe e persino sugli scandali che continuano a inseguirlo.
Trump appare sempre più nervoso, sotto pressione, quasi in panico. I sondaggi continuano a scendere, le elezioni di midterm di novembre si avvicinano e la guerra nel Golfo Persico sembra diventare una sabbia mobile che trascina Trump sempre più in basso. Nel giro di quarantotto ore, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti ai giornalisti che “Operation Epic Fury” contro l’Iran era praticamente conclusa e che gli Stati Uniti erano entrati in una nuova fase umanitaria chiamata “Project Freedom”. Tre ore dopo, Trump ha rimesso tutto in discussione annunciando nuovi bombardamenti se Teheran non accetterà rapidamente un accordo.
Il giorno successivo, altre esplosioni nel Golfo, accuse reciproche tra Iran e Stati Uniti, missili nello Stretto di Hormuz e nuovi post presidenziali dove Trump definisce i leader iraniani “lunatics”, pazzi. Una schizofrenia politica che ormai investe tutta la Casa Bianca. Persino Rubio, oggi contemporaneamente segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, non riesce a sintonizzarsi con una presidenza sempre più schizofrenica.
Il New York Times ha raccontato un’amministrazione dove nessuno sa davvero quale sia la linea americana da un’ora all’altra. E infatti i mercati oscillano mentre il prezzo della benzina continua a salire. E mentre al Palazzo di Vetro gli Stati Uniti cercano di costruire una coalizione internazionale contro Teheran, emerge tutta la fragilità della strategia americana.
L’ambasciatore americano Mike Waltz con i Paesi del Golfo ha presentato al Consiglio di Sicurezza una nuova risoluzione per costringere l’Iran a riaprire completamente Hormuz e fermare mine e pedaggi illegali nello Stretto. Ma Russia e Cina minacciano già il veto, accusando gli USA di ignorare “le radici del conflitto”.
L’ambasciatore iraniano all’ONU ha replicato accusando Washington di “pirateria” e di essere i veri aggressori del diritto internazionale. Il risultato è un’ONU paralizzata mentre la crisi continua a peggiorare. E proprio mentre Trump continua ad attaccare Papa Leone accusandolo di essere troppo morbido con l’Iran, Rubio è volato in Vaticano per cercare di ricucire il rapporto con il Pontefice americano. Un viaggio che molti a Washington leggono anche come un segnale politico interno: Rubio prova a costruirsi un profilo più presidenziale in vista del dopo Trump.
Nel frattempo, anche sul fronte economico arrivano colpi pesanti per l’amministrazione. Un tribunale federale ha stabilito che il nuovo dazio globale del 10% imposto da Trump è illegale. I giudici hanno sostenuto che il presidente abbia abusato dei poteri emergenziali sul commercio senza autorizzazione del Congresso. È un’altra battuta d’arresto per la sua guerra commerciale, proprio mentre si prepara al delicato viaggio in Cina per incontrare Xi Jinping.
Ma il vero fantasma che continua a perseguitare la Casa Bianca resta Jeffrey Epstein. Lo scandalo non scompare. Anzi peggiora. Questa settimana il segretario al Commercio Howard Lutnick è stato interrogato dal Congresso sui suoi rapporti con Epstein. I democratici lo hanno definito apertamente “inaffidabile” e “bugiardo”. E come se non bastasse, a New York ha appena aperto perfino una “biblioteca Epstein”, con oltre tre milioni e mezzo di pagine di documenti e materiali sul caso, esposti pubblicamente in un centro di Tribeca chiamato provocatoriamente “Donald J. Trump and Jeffrey Epstein Memorial Reading Room”.
Un simbolo che fotografa una realtà: il caso Epstein è ormai diventato un marchio permanente della presidenza Trump e continuerà probabilmente a inseguire la Casa Bianca fino alle elezioni. Intanto cresce la pressione anche su Kash Patel, il direttore dell’FBI, travolto da nuove rivelazioni su comportamenti sempre più bizzarri: accuse di abuso di alcol, paranoia interna e persino poligrafi per cercare i responsabili dei leak contro di lui.
A Washington c’è un’amministrazione ormai oltre l’orlo di una crisi di nervi. E mentre Trump continua a evocare brogli elettorali già in vista delle prossime elezioni, ricompare anche Jack Smith, l’ex procuratore speciale che lo incriminò due volte, accusando apertamente il Dipartimento di Giustizia di essere stato trasformato in uno strumento di vendetta politica. Tra i democratici c’è chi guarda con entusiasmo ai sondaggi in calo dei repubblicani aspettando le elezioni di novembre per ribaltare il Congresso.
Ma altri, come l’ex segretario al Lavoro di Bill Clinton Robert Reich, lanciano un allarme più cupo: un Trump indebolito potrebbe diventare ancora più pericoloso. “I presidenti a fine mandato svaniscono”, scrive Reich, “ma i dittatori feriti possono essere estremamente pericolosi”.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).






















