BUDAPEST (UNGHERIA) (ITALPRESS) – Le elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria si configurano come uno dei passaggi politici più delicati degli ultimi anni per il Paese. Dopo oltre 16 anni al potere, il premier Viktor Orban affronta una sfida che appare, per la prima volta, realmente aperta, incalzato dall’opposizione guidata da Peter Magyar, leader del partito Tisza e protagonista di una rapida ascesa politica. Il voto coinvolge un corpo elettorale di circa 8 milioni di cittadini, a fronte di una popolazione complessiva di poco inferiore ai 10 milioni di abitanti. Gli elettori sono chiamati a rinnovare i 199 seggi dell’Assemblea nazionale, di cui 106 assegnati tramite collegi uninominali e 93 con sistema proporzionale su lista nazionale. Si tratta di un meccanismo elettorale che negli anni è stato più volte modificato dai governi guidati da Fidesz e che tende a favorire il partito di maggioranza relativa, consentendo anche con margini ridotti di ottenere una solida maggioranza parlamentare. Oltre al blocco di governo formato da Fidesz-KDNP e alla principale forza di opposizione rappresentata da Tisza, il quadro politico include altri attori come la Coalizione Democratica, espressione del centrosinistra, il partito nazionalista radicale Mi Hazßnk e il Partito del Cane a Due Code, formazione anti-establishment. Tuttavia, la competizione appare sempre più polarizzata tra Orban e Magyar, trasformando queste elezioni in un vero e proprio referendum sul sistema di potere costruito dal premier ungherese dal 2010. Secondo gli ultimi sondaggi disponibili, Tisza sarebbe accreditata attorno al 39% dei consensi, contro circa il 30% di Fidesz. Il distacco risulta ancora più ampio tra gli elettori che dichiarano di avere già deciso il proprio voto, anche se resta elevata la quota di indecisi. Nonostante questi dati, l’esito finale rimane incerto proprio per effetto del sistema elettorale e della distribuzione territoriale del consenso, storicamente favorevole al partito di governo nelle aree rurali.
La campagna elettorale si è svolta in un clima particolarmente teso e polarizzato, con visioni opposte da parte dei due principali contendenti. Viktor Orban ha da sempre costruito la propria strategia attorno ai temi della sicurezza, della sovranità e dell’identità nazionale, e anche adesso ha mantenuto lo stesso tracciato. Rispetto alla guerra in Ucraina, il premier ungherese ha insistito sulla necessità di mantenere il Paese fuori da qualsiasi escalation militare o impegno diretto, accusando al tempo stesso Bruxelles e Kiev di “esercitare pressioni” in senso opposto. I disaccordi con Bruxelles toccano anche il correlato tema delle sanzioni contro la Russia, e anche in questo caso l’attuale premier ha invocato la necessità di proteggere gli interessi nazionali. “Ungheria first”, insomma, ricalcando il motto del presidente americano Donald Trump che infatti mostra una maggiore sintonia con il politico ungherese rispetto ai funzionari di Bruxelles. Non a caso proprio da Trump è arrivato il più convinto sostegno, con parole di apprezzamento espresse dalla piattaforma Truth a poche ore dal voto ungherese.
La campagna elettorale si è svolta in un clima particolarmente teso e polarizzato, con visioni opposte da parte dei due principali contendenti. Viktor Orban ha da sempre costruito la propria strategia attorno ai temi della sicurezza, della sovranità e dell’identità nazionale, e anche adesso ha mantenuto lo stesso tracciato. Rispetto alla guerra in Ucraina, il premier ungherese ha insistito sulla necessità di mantenere il Paese fuori da qualsiasi escalation militare o impegno diretto, accusando al tempo stesso Bruxelles e Kiev di “esercitare pressioni” in senso opposto. I disaccordi con Bruxelles toccano anche il correlato tema delle sanzioni contro la Russia, e anche in questo caso l’attuale premier ha invocato la necessità di proteggere gli interessi nazionali. “Ungheria first”, insomma, ricalcando il motto del presidente americano Donald Trump che infatti mostra una maggiore sintonia con il politico ungherese rispetto ai funzionari di Bruxelles. Non a caso proprio da Trump è arrivato il più convinto sostegno, con parole di apprezzamento espresse dalla piattaforma Truth a poche ore dal voto ungherese.
Di contro, Peter Magyar ha impostato la sua campagna su temi interni come la corruzione, il funzionamento delle istituzioni e le difficoltà economiche. Il leader di Tisza ha promesso di “ripristinare lo Stato di diritto” e di “riportare l’Ungheria al centro dell’Europa”, affermando che il Paese rischierebbe di diventare più esposto all’influenza russa, soprattutto sul piano energetico, se l’attuale governo dovesse restare in carica. Il contesto economico rappresenta infatti uno dei principali punti deboli del governo. Dopo una lunga fase di crescita moderata, il Paese ha registrato un rallentamento significativo, accompagnato da un’inflazione elevata che ha inciso sul potere d’acquisto delle famiglie. Questo ha alimentato un malcontento diffuso, in particolare nelle aree urbane e tra le generazioni più giovani. Per la prima volta dal 2010, dunque, l’esito delle elezioni appare davvero incerto. Se dall’interno il voto appare un test sui risultati socio-economici della linea dell’esecutivo, secondo gli osservatori internazionali si tratta di ridefinire, o confermare, la direzione futura dell’Ungheria in un contesto geopolitico sempre più complesso.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









