Iran, prove di negoziato a Islamabad: stretto di Hormuz e uranio i punti chiave

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – “No deal” è meglio di un “bad deal”, come quello che può uscire dai negoziati che inizieranno a Islamabad nelle prossime ore. L’esito può rivelarsi pessimo per l’America e per il resto del mondo, se non includesse almeno due risultati concreti. Il primo è la piena riaffermazione o imposizione del diritto di libera navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il secondo è il sequestro delle centinaia di chili di uranio arricchito che Teheran tuttora detiene. Senza questi due elementi la guerra in corso può dirsi persa, per la semplice ragione che l’Iran, che Stati Uniti e Israele hanno bombardato per cinque settimane senza tregua, uscirebbe dal conflitto molto più potente e minaccioso di quanto non lo fosse prima. E metterebbe ulteriormente a rischio la stabilità del Medio Oriente e l’economia e la sicurezza di Stati Uniti, Europa ed Israele.

Nel giugno dell’anno scorso, dopo la guerra dei 12 giorni con Israele e dopo le mega bombe perforanti americane sul sito nucleare di Fordor, l’Iran era un Paese umiliato sul piano militare, di fatto privato della minaccia nucleare almeno per alcuni anni e soprattutto pressoché privo di difese antiaeree.

Il che voleva dire che, se necessario, gli israeliani avrebbero potuto tornare a colpire i siti di arricchimento dell’uranio e quelli di produzione dei missili balistici senza dover temere perdite significative. Dopo settimane di dichiarazioni bellicose e ultimative da parte del Presidente degli Stati Uniti, Teheran ha ottenuto risultati importanti e insperati. Come se la guerra l’avesse vinta.

Il regime degli ayatollah ha rinnovato i suoi vertici e soprattutto ha dimostrato ferrea determinazione nel rimpiazzare in pochi giorni i leader religiosi e quelli militari che Israele e Stati Uniti sono andati eliminando uno dopo l’altro in una impressionante sequenza. La struttura di potere delle Guardie rivoluzionarie e quella dei Basij non è stata neanche scalfita dalla guerra. 

I miliziani hanno implacabilmente domato le rivolte che nelle strade e nelle università sembravano poter minacciare l’esistenza del regime islamista. Hanno trucidato 15-20.000 oppositori e il mondo occidentale ha guardato dall’altra parte. Russia e Cina sono sembrate quanto mai solidali con la teocrazia, ma nessuno può essersi sorpreso, trattandosi di due dittature avvezze ai metodi forti.

I circa 400 kg di uranio arricchito al 60%, facilmente trasformabile in materiale utilizzabile per costruire una decina di testate nucleari, sono rimasti sotto le macerie di Fordor e Natanz, ma sono recuperabili in pochi mesi. E già i lavori erano in corso da parte dei genieri delle Guardie rivoluzionarie. Dopodiché, se mai ci fosse stato bisogno di confermare agli ayatollah che la bomba nucleare è necessaria a garantirsi contro nuovi attacchi americani o israeliani, queste cinque settimane di guerra lo hanno dimostrato come un teorema di trigonometria.

L’arsenale missilistico iraniano, secondo quanto ha dichiarato ieri il generale John Daniel Caine, capo di Stato maggiore della Difesa statunitense, è stato eliminato nella misura dell’80%. Ma questo dato dice poco, se è vero che dopo la guerra del giugno 2025 l’Iran ha dimostrato di saper ricostruire le sue infrastrutture militari con una velocità davvero straordinaria. Sicché gli arsenali missilistici di Teheran tornerebbero a riempirsi nel giro di pochi mesi.

Ma, soprattutto, l’Iran ha dimostrato di saper e poter attivare in poche ore un’arma letale mai usata prima: lo Stretto di Hormuz. Per il regime è stato sufficiente decretarne la chiusura alle navi dei “Paesi nemici” per provocare una crisi profonda in tutto il mondo industrializzato, Stati Uniti in testa. Non c’è stato bisogno di sparare un solo siluro contro una petroliera o una portacontainer.

Le compagnie di assicurazione si sono precipitate a ritirare la copertura sulle navi. E gli armatori, di conseguenza, le hanno subito fermate, forse anche perché il loro carico di greggio si valorizza ogni giorno che passa, per effetto degli aumenti di prezzo sui mercati petroliferi.

Il presidente Trump, nonostante la violenza delle sue dichiarazioni, appare da giorni più disperato che minaccioso. E gli iraniani anche per questo lo hanno pubblicamente schernito. A questo punto della guerra, a Trump è stato spiegato che senza una consistente operazione con “boots on the ground”, l’America non prenderà possesso dell’uranio iraniano e soprattutto non riuscirà a riaprire lo Stretto di Hormuz.

E le operazioni di terra comportano perdite importanti in termini di vite umane tra i militari che le realizzano. Gli iraniani sanno meglio di chiunque altro che in questo conflitto gli Stati Uniti non possono dimostrare la resilienza politica necessaria per affrontare queste perdite, tanto più che il Congresso non ha mai autorizzato la guerra all’Iran e l’opinione pubblica è profondamente stanca del coinvolgimento militare americano in Medio Oriente.

La conclusione, purtroppo, è che in tutta evidenza Trump non si aspettava che l’Iran combattesse così tenacemente e fosse determinato a coinvolgere le monarchie del Golfo nel conflitto.

E soprattutto, Trump non ha capito che lo Stretto di Hormuz si poteva facilmente trasformare in una seconda arma “nucleare” per Teheran. Più efficace e utilizzabile rispetto alla bomba nucleare, perché modulabile nell’intensità, orientabile contro questo o quel Paese nemico ed estremamente redditizia in prospettiva, grazie ai pedaggi in criptovaluta imposti alle navi autorizzate a passare.

L’Amministrazione Trump sembra da ieri essere entrata in un’ansiosa ricerca di una via d’uscita. E l’improbabile negoziato che sta per aprirsi a Islamabad, con l’altrettanto improbabile mediazione di un Pakistan noto più per aver appoggiato l’estremismo islamico che il negoziato diplomatico, potrebbe essere la foglia di fico che consente a Trump di tornare a casa per dedicarsi alle elezioni di novembre. Se così fosse, la guerra con l’Iran sarebbe solo rinviata di qualche mese o qualche anno e la prossima volta coinvolgerebbe direttamente noi europei, anche perché più di chiunque altro abbiamo bisogno del petrolio di Arabia Saudita ed Emirati e del gas del Qatar.

L’alternativa allo scenario sopra delineato è che il negoziato serva agli Stati Uniti per guadagnare il tempo necessario a organizzare un’operazione di terra per liberare Hormuz. In tal caso, piaccia o no il personaggio, Trump potrebbe finire controvoglia col rendere un servizio alla comunità internazionale e a noi europei in primo luogo. Impossibile prevedere cosa accadrà.

Quel che invece si può affermare è che la minaccia costituita dalla teocrazia iraniana e dai suoi proxies non è stata eliminata. Tutt’altro. Se questa guerra finisse con un risultato puramente cosmetico, quella minaccia si riproporrebbe su scala ben maggiore in tempi molto brevi.

(*) Ambasciatore a.r.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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