Oltre Epstein, anche l’Iran scuote le primarie in Texas: la base MAGA contro Trump

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La guerra contro l’Iran sta producendo un effetto politico che sta facendo tremare la Casa Bianca: una frattura evidente nella base MAGA. Dopo un iniziale silenzio, l’amministrazione Trump ha lanciato una vera offensiva mediatica per difendere l’intervento militare. Ma il fronte più delicato non è quello dell’opposizione democratica. È quello interno. Influencer e commentatori storicamente vicini al mondo “America First” hanno criticato l’operazione, sostenendo che non sia stata fornita una giustificazione chiara e temendo un ritorno alle “guerre infinite” che Trump aveva promesso di archiviare. Le dichiarazioni del presidente, prima un’azione presentata come limitata, poi l’ipotesi di una campagna lunga, senza escludere l’impiego di soldati sul terreno, hanno alimentato il rifiuto di una decisione considerata un “tradimento”. Tra le voci più critiche dell’universo conservatore mediatico quelle di Tucker Carlson, Candace Owens e Mike Cernovich, ai quali si sono aggiunti commentatori come Matt Walsh e Megyn Kelly. Figure che negli ultimi anni hanno sostenuto Trump o comunque ne hanno amplificato la narrativa “America First” e che ora mettono in discussione la coerenza di un intervento militare percepito da una parte della base come un tradimento dell’impostazione anti-interventista.

Intanto alcuni esponenti della leadership repubblicana hanno peggiorato la situazione dando spiegazioni sorprendenti sulla decisione di attaccare l’Iran, con il segretario di Stato Marco Rubio e lo Speaker del Congresso Mike Johnson che hanno sostenuto che l’azione fosse una risposta preventiva alla prospettiva di un imminente attacco israeliano e a una minaccia diretta contro forze americane, un argomento che nella base MAGA ha suonato come una subordinazione agli interessi di Israele piuttosto che una difesa degli Stati Uniti. Questa tensione non nasce nel vuoto. I malumori nella galassia MAGA erano già emersi nelle settimane precedenti con la gestione degli Epstein Files, tema che aveva alimentato sospetti e accuse di opacità nella base più radicale. La guerra in Iran non ha creato la frattura: l’ha accelerata, aumentando inoltre i sospetti che Epstein fosse un agente dell’intelligence israeliana e che il governo Netanyahu possa avere file e video compromettenti su Trump.

Il primo banco di prova politico arriva oggi con l’Election Day delle primarie in diversi stati, tra cui Texas, North Carolina e Arkansas. Ma è il Texas ad attirare l’attenzione nazionale, per peso politico e valore simbolico. La corsa repubblicana al Senato è la sfida più osservata. L’incumbent John Cornyn, figura dell’establishment conservatore, affronta una pressione crescente da parte dell’ala più ideologica del partito, incarnata dal procuratore generale Ken Paxton. Paxton, figura controversa ma radicata nella base più radicale, rappresenta una visione più aggressiva e identitaria del conservatorismo texano. Il risultato sarà letto come un indicatore della direzione del Partito Repubblicano: rafforzamento dell’establishment o ulteriore spostamento verso la linea più dura del movimento MAGA. Finora Trump non ha formalizzato un endorsement, scelta che molti osservatori interpretano come un segnale di cautela. Un intervento diretto del presidente potrebbe infatti trasformare la primaria in un referendum personale sulla sua leadership in un momento di tensione interna.

Anche diverse primarie per la Camera vedono scontri interni significativi, con deputati repubblicani costretti a difendersi da sfidanti alla loro destra, in alcuni casi per questioni personali o per presunte insufficienze di allineamento con Trump. Il voto misurerà quanto la base premi fedeltà assoluta o pragmatismo elettorale. Sul fronte democratico, la competizione per il Senato è altrettanto significativa. La deputata Jasmine Crockett, espressione dell’ala progressista, affronta James Talarico, rappresentante statale con un profilo più moderato e dialogante. Il duello Crockett-Talarico riflette una tensione più ampia nel partito: puntare su una mobilitazione identitaria e di sinistra o cercare di intercettare l’elettorato centrista in vista delle elezioni di novembre. In questo quadro si inserisce il vicepresidente JD Vance. Ex critico delle guerre all’estero, ha difeso pubblicamente la linea della Casa Bianca, sottolineando la centralità della questione nucleare. Ma il suo intervento è apparso misurato, quasi tecnico. Per un politico che vorrebbe essere lui l’erede del trumpismo, la sfida è delicata: mostrarsi leale senza alienarsi quella parte della base che teme un abbandono della dottrina isolazionista.

Mentre la Casa Bianca difende l’operazione militare sul piano internazionale, sul piano interno si misura la tenuta della coalizione che ha riportato Trump al potere. Le primarie, a partire dal Texas, diranno se la febbre nella base MAGA è un episodio contingente o l’inizio di una frattura più profonda che sarà determinante nelle elezioni di novembre per il Congresso.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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