di Giovanni Castellaneta (*)
ROMA (ITALPRESS) – La stagione delle “piogge elettorali”, che dopo Serbia, Israele e Brasile attraverserà molti Paesi europei, Italia compresa, ha raggiunto negli Stati Uniti la forza di un uragano. Alla vigilia delle elezioni di metà mandato la direzione del vento era prevedibile, non la sua intensità. I Democratici hanno conquistato entrambe le Camere, imponendo a Donald Trump la prima vera correzione di rotta della sua seconda presidenza: almeno 54 seggi al Senato e 232 alla Camera, con alcuni collegi ancora da assegnare. Non è stata soltanto una vittoria di partito. Dalle urne emerge un’America nuova, nella quale cresce la rappresentanza degli afroamericani, dei latinos, della comunità Lgbt+, dei musulmani e dei figli delle immigrazioni più recenti. Abdul El-Sayed sarà il primo musulmano eletto al Senato, Peggy Flanagan la prima donna nativa americana e Chris Pappas il primo senatore dichiaratamente gay. La probabile elezione di Hakeem Jeffries alla presidenza della Camera sarebbe un altro passaggio storico. Si conferma però un carattere tradizionale della democrazia statunitense: il pragmatismo con il quale gli elettori giudicano la Casa Bianca. La narrativa trumpiana di un Paese che stava vivendo la sua ‘età dell’oro’ si è infranta contro la vita quotidiana. Agli americani interessa il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, ma ancora di più il prezzo del carburante, delle uova, dell’assicurazione sanitaria e dell’istruzione. Anche le guerre diventano determinanti quando arrivano alla pompa di benzina o nel bilancio familiare. Ancora una volta vale l’adagio reso celebre dalla campagna di Bill Clinton: “It’s the economy, stupid!”.
Le conseguenze non resteranno confinate alla politica interna. Un Congresso democratico potrà bloccare nomine e proposte legislative, condizionare l’impiego delle risorse e avviare indagini sull’Amministrazione fino a tentare di mettere il Presidente sotto impeachment. In politica estera, Trump dovrà ricalibrare il sostegno agli alleati e la gestione dei conflitti, dall’Ucraina all’Iran fino a Israele. L’annuncio della cessazione entro l’anno degli aiuti militari regolari allo Stato ebraico indica che gli automatismi del passato vengono rimessi in discussione. Occorre però prudenza: Trump sostiene di avere raggiunto l’intesa con Benjamin Netanyahu mesi fa, senza chiarirne modalità e tempi, mentre l’accordo vigente prevede assistenza fino al 2028. Più che una decisione già definita, appare quindi un segnale della pressione politica contro il costo degli impegni esterni. Va riconosciuto a Trump di avere reagito da buon incassatore: ha accettato il risultato, si è congratulato con gli avversari e si è dichiarato disponibile a collaborare. Ha ammesso che la guerra con l’Iran e l’aumento del petrolio hanno contribuito alla sconfitta, pur addossando parte della responsabilità ai candidati repubblicani. Può essere un’apertura al compromesso, ma anche una scelta prudente. La nuova maggioranza potrà sottoporre la Casa Bianca a inchieste e la Camera potrebbe promuovere un’altra procedura di impeachment. La condanna richiederebbe però i due terzi del Senato e il sostegno di numerosi repubblicani: uno scenario difficile, ma non inconcepibile se una parte del partito decidesse di voler regolare i conti con il Presidente (a partire dal Vice JD Vance). Mostrarsi conciliante serve anche a impedire un fronte comune fra Democratici e repubblicani insofferenti.
Tuttavia, Trump dispone ancora di ampi poteri, a cominciare dal veto, che ha già evocato. La storia americana insegna però che il governo diviso non produce necessariamente paralisi. I veti contrapposti possono costringere Congresso e Casa Bianca a cercare compromessi su difesa, sicurezza sociale, istruzione e immigrazione. È la funzione dei pesi e contrappesi: impedire che una vittoria elettorale diventi potere senza limiti. Per i Democratici il difficile comincia ora. La loro galassia si estende dalla sinistra radicale al centro liberal e dovrà trovare una leadership condivisa per il 2028. Lo stesso problema si presenta ai Repubblicani, chiamati a scegliere fra il popolo Maga, la destra religiosa e la tradizione moderata e istituzionale del partito. Per l’Europa il messaggio è chiaro. Gli Stati Uniti non si ritirano dal mondo, ma saranno più assorbiti dal confronto interno. Gli europei dovranno contare maggiormente su se stessi nella difesa, nell’energia, nella tecnologia e nella protezione delle reti commerciali. Occorrerà ripensare le fondamenta dell’Unione, procedendo anche attraverso cooperazioni rafforzate e costruendo uno spazio politico continentale più ampio, senza rinunciare al traguardo – oggi utopistico – di una Confederazione degli Stati Uniti d’Europa. Trump può usare la propria forza contro il Congresso oppure per negoziare con esso. La seconda strada sarebbe la migliore per gli Stati Uniti e per alleati che hanno bisogno di un’America forte, stabile e capace di guidare senza pretendere di decidere tutto da sola.
(*) Ambasciatore a.r.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









