Patto Sociale non solo un’opzione ma una necessità

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – È trascorso anche questo Primo Maggio, come spesso accade accompagnato da recriminazioni sui molti guai nazionali, larga parte dei quali affondano le radici nelle scelte, o nelle omissioni, degli ultimi trent’anni.

Eppure, mentre il dibattito interno si avvita su sé stesso, il mondo ha cambiato passo: economie un tempo marginali hanno intrapreso una lunga marcia di avvicinamento alla competizione globale, sostenute da una determinazione quasi febbrile a lasciarsi alle spalle la povertà. In quella tensione al riscatto si riconoscono tratti che furono propri anche dell’Italia del dopoguerra. I nostri padri e i nostri nonni percorsero una strada altrettanto aspra, fatta di sacrifici, disciplina e fiducia nel futuro, fino al boom economico degli anni Sessanta e al successivo approdo tra le grandi potenze industriali. Ma quelle virtù, col tempo, si sono affievolite. Alla spinta ad accumulare fattori competitivi si è sostituita una crescente avversione al rischio, un indebolimento della cultura della preparazione, una minore propensione a innovare. Anche l’uso dei profitti ha smarrito la sua direzione: meno investimenti in efficienza, più rendite e difese di posizione.

Sul piano sociale, la cura del capitale umano è stata progressivamente trascurata. Formazione, politiche attive del lavoro, correlazione tra salari, produttività e merito hanno ceduto il passo a impostazioni spesso assistenziali e a visioni culturali anacronistiche. In parallelo, ampi settori della politica hanno assecondato pulsioni “nimby”, bloccando energia e infrastrutture, mentre cresceva una ipertrofia amministrativa, alimentata anche da un regionalismo talvolta in conflitto con l’interesse nazionale.

Tutto ciò stride con la necessità, ormai evidente, di semplificazione e coerenza in una società trasformata dalla rivoluzione dei trasporti e dall’irruzione dell’intelligenza artificiale. Ed è in contrasto con il processo, accelerato, di costruzione di una Europa più integrata.

Le invocazioni sul lavoro del Primo Maggio non possono eludere questo quadro. Se davvero si vuole rimettere il lavoro al centro, occorre una svolta: un Patto Sociale capace di interrompere la stagione autolesionista e di offrire un orizzonte al Paese.

Le grandi potenze stanno stringendo le medie in una morsa fatta di oligopoli energetici, materie prime critiche, semiconduttori e controllo delle rotte. In questo scenario, come ricordato anche da Mark Carney, le medie potenze devono costruire autonomia industriale, condividendo competenze, ricerca ed energie, e rilanciando un multilateralismo concreto.

Per l’Italia e per l’Europa, questo significa ritrovare coesione interna e visione esterna. Un Patto Sociale, radicato nel lavoro e orientato al futuro, può diventare lo strumento per difendere benessere, diritti e libertà. Non è solo un’opzione: è una necessità per non scivolare verso un mondo dominato da autocrazie e conflitti, e per restituire alla politica il compito più alto, preparare il domani.

– Foto Pexels –
(ITALPRESS).

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