‘Palermo di chitarra e coltello’, nel libro di Giuseppe Sottile 60 anni di storia siciliana

PALERMO (ITALPRESS) – Prosegue con la presentazione del nuovo libro di Giuseppe Sottile “Palermo di chitarra e coltello” (Einaudi) la quinta edizione della rassegna letteraria Amici del libro. Nella gremita sala dell’Oratorio di Santa Cita di Palermo a presentare l’evento è stato Salvo Sottile che ha dialogato con l’autore Pietrangelo Buttafuoco, Giuseppe Cerasa e il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè.

Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima al quotidiano L’Ora di Vittorio Nisticò, per il quale ha svolto numerose inchieste sulla mafia, poi al Giornale di Sicilia, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo essere stato caporedattore del Il Giorno e di Studio Aperto è approdato al Foglio di Giuliano Ferrara, dove dirige l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato “Nostra signora della Necessità” (nel 2006).

In “Palermo di chitarra e coltello” Sottile racconta l’educazione sentimentale di un ragazzo degli anni Cinquanta, musicante di paese con gli occhi pieni di sogni. Un’epopea della miseria che dalla provincia siciliana piú profonda arriva nella Palermo delle guerre di mafia, teatro in cui si spegne l’incanto della giovinezza. Crescere nel dopoguerra a Gangi, un paese arroccato su una montagna tra i Nebrodi e le Madonie, significa essere destinato a zappare la terra. Pochi fortunati hanno la possibilità di studiare entrando in seminario e il protagonista di questa storia è uno di loro.

“Questo libro racconta 60 anni di storia siciliana, 60 anni di giornalismo e anche 60 anni di cronaca nera a Palermo, soprattutto quando Palermo era attraversata da tre guerre di mafia – spiega Sottile -. Io sono stato testimone, ma sono stato anche testimone di un’altra Sicilia, la Sicilia quella degli incanti e dei disincanti, la cosiddetta profonda Sicilia, dove una civiltà, praticamente la civiltà contadina della quale faceva parte mio padre, è stata rasa al suolo dall’arrivo della cosiddetta industrializzazione. La Piaggio, la FACIS, il calzaturificio di Varese, che praticamente hanno costretto sarti e calzolai, il mestiere di mio padre, mio padre faceva il bastaio, cioè costruiva le selle rustiche per i muli, ci hanno costretti ad emigrare. Io sono stato fortunato perché sono emigrato dai Salesiani per studiare, e lì è cominciata, come dire, una nuova vita, il nuovo mondo”. E ancora su Palermo: “È un teatro, un teatro delle evanescenze, e io mi soffermo su questo aspetto particolare, cioè su quelle storie minute che la grande cronaca ha perso per strada, e io ho cercato di recuperarle, cioè di tutti questi picciotti, per esempio, alcuni dei quali non hanno magari mai abbracciato un fucile, una lupara o una pistola, però ragionano con lo stesso linguaggio e gli stessi metodi della grande mafia”.

– Foto xd6/Italpress –

(ITALPRESS).

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