di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) -A Brooklyn, oggi, ho voluto raccontare un’altra maratona di New York. Non quella dei campioni, dei professionisti che volano sull’asfalto o degli atleti che inseguono il proprio record personale. Ho percorso il tragitto praticamente all’indietro, aspettando gli ultimi gruppi, fino a incontrare quelli che arrivano quando i più veloci sono già lontanissimi.
Sono quelli che non corrono più. Camminano, qualcuno quasi passeggia, altri avanzano con una fatica che si legge sul volto. Ho visto persino qualcuno aiutarsi con un bastone. Qualcuno si ferma, sembra chiedersi se ce la farà davvero. Poi arrivano gli applausi, le grida di incoraggiamento della gente di Brooklyn e si riparte.
E sui loro volti, accanto alla stanchezza, c’è qualcosa di straordinario: una felicità immensa.
Sono arrivati da tutto il mondo per esserci. Tantissime le maglie azzurre con nomi italiani stampati sopra. Non importa quanto tempo impiegheranno, né quale sarà la loro posizione in classifica. La loro vittoria è arrivare al traguardo, poter raccontare un giorno ai figli, agli amici, magari ai nipoti: io c’ero. Ho fatto la maratona di New York.
È questa forse la parte più bella della maratona. Quando la competizione lascia spazio alla solidarietà, quando uno sconosciuto incoraggia un altro sconosciuto e per qualche istante una città intera sembra correre insieme. Perché, come disse qualcuno diventato molto famoso, gli ultimi saranno i primi. Anche a New York.
-foto xo9/Italpress –
(ITALPRESS).









