di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Che cosa succede nella mente di un italiano che lascia il proprio Paese per costruirsi una nuova vita in America? Come cambia il suo modo di pensare, di sentirsi italiano e, con il passare degli anni, anche americano? E perché, talvolta, dopo decenni trascorsi all’estero, si continua a provare la sensazione di non appartenere completamente né al Paese d’origine né a quello che ci ha accolto? Sono domande che riguardano milioni di immigrati e che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, soprattutto nell’America di oggi, dove l’immigrazione è diventata terreno di scontro politico.
A esplorare queste sfumature psicologiche, spesso invisibili, è Leide Porcu, psicoanalista e antropologa sarda che da oltre venti anni vive e lavora a New York, autrice di Neither Here Nor There: A Guide for Immigrants and the Therapists Who Walk With Them, pubblicato da Routledge.
Un libro che aiuta a comprendere non soltanto le difficoltà dell’immigrazione, ma anche le trasformazioni interiori che accompagnano chi decide di ricominciare altrove. Perché emigrare non significa semplicemente cambiare Paese, lingua o abitudini. Significa anche ridefinire la propria identità, il rapporto con le proprie radici e il senso di appartenenza.
Porcu, che ha anche conseguito un dottorato in antropologia alla Columbia University e insegna alla Silberman School of Social Work della CUNY, affronta questi temi intrecciando esperienze cliniche, testimonianze e riflessioni antropologiche. Il libro si rivolge agli immigrati, alle seconde generazioni e ai professionisti che li accompagnano nei loro percorsi psicologici.
“Il discorso sull’immigrazione è spesso polarizzato: gli immigrati vengono rappresentati come eroi oppure come delinquenti. La realtà è molto più complessa e sfumata”, spiega Porcu. Occorre interrogarsi, aggiunge, anche su ciò che queste rappresentazioni lasciano fuori dalla cornice. L’immigrazione, infatti, non finisce quando si ottiene una Green Card o la cittadinanza americana. È un processo che può accompagnare una persona per tutta la vita. Cambia chi è partito, cambia il Paese lasciato alle spalle e cambia quello in cui si è scelto di vivere.
Di tutto questo si è discusso il 24 ottobre nella splendida cornice di Magazzino Italian Art, il museo dedicato all’arte italiana nella Hudson Valley, fondato da Nancy Olnick e Giorgio Spanu. Un incontro che ha registrato il tutto esaurito e ha visto il libro di Porcu dialogare con le fotografie dell’artista italiano Marco Anelli. Con il progetto First American Portrait, avviato nel 2018, Anelli ritrae gli immigrati subito dopo il giuramento che li trasforma in cittadini americani. Un momento che segna ufficialmente una nuova appartenenza, anche se dietro ogni volto rimangono storie, sacrifici e identità molto più complesse di quanto possa raccontare un documento.
Anelli è noto anche per aver fotografato i 1.545 partecipanti alla performance The Artist Is Present di Marina Abramovic al MoMA di New York. “L’arte e la creatività ci aiutano a interpretare la realtà e a mettere in discussione le nostre percezioni”, osserva Porcu. Il direttore di Magazzino, Nicola Lucchi, ha spiegato il significato dell’iniziativa: “Per un museo come il nostro, che porta un’identità nazionale nel proprio nome, è molto importante promuovere conversazioni intelligenti su ciò che queste identità possono significare per le persone che le portano con sé”.
Il libro di Leide Porcu, in un Paese costruito dagli immigrati, aiuta a comprendere che cosa significa davvero diventare americani, senza necessariamente smettere di sentirsi italiani, è anche un modo per comprendere meglio l’America stessa.
– Foto Leide Porcu –
(ITALPRESS).









