KFAR AZA (ISRAELE) (ITALPRESS) – Entrando nel kibbutz Kfar Aza, nel sud di Israele, a circa due chilometri dalla Striscia di Gaza, dopo il cancello presidiato dalla sicurezza si vedono betoniere e nuove abitazioni in costruzione. La vita prova a riprendersi i suoi spazi, ma poche centinaia di metri più avanti il tempo sembra essersi fermato al 7 ottobre 2023, quando i miliziani palestinesi della forza Nukhba, l’unità d’élite di Hamas, sfondarono la barriera difensiva portando morte e distruzione. Sessantaquattro membri del kibbutz furono uccisi e 19 rapiti e portati a Gaza. I miliziani avevano con sé anche la lista degli abitanti di ogni casa, probabilmente ottenuta attraverso persone in possesso di permessi di lavoro, racconta Orit.
A quasi tre anni dal massacro, nell’area del kibbutz più vicina alla barriera con Gaza restano le case della “Giovane generazione”, crivellate di colpi, con tetti divelti e vetri infranti. Sulle pareti sono ancora visibili i segni lasciati dai soccorritori e dall’esercito per indicare che gli edifici erano stati bonificati dagli esplosivi o se i giovani residenti fossero stati uccisi – segno rosso – oppure rapiti – segno giallo.
All’esterno delle abitazioni, destinate ai ragazzi che iniziavano la loro vita autonoma, restano le fotografie delle vittime e centinaia di ceri ormai consumati. In queste case sogni e progetti di convivenza sono stati spazzati via. All’ingresso delle abitazioni restano ancora scarpe e oggetti personali, testimonianze silenziose di una quotidianità interrotta. Le case distrutte sono un memoriale che la maggioranza dei residenti ha deciso di spostare fuori dal kibbutz attraverso una votazione, non senza divisioni.
Da una parte c’è il bisogno di custodire la memoria, dall’altra quello di provare a guarire dal trauma. Oggi soltanto poche delle circa 200 famiglie che vivevano a Kfar Aza sono tornate; altre rientreranno nei prossimi mesi, mentre alcune non faranno più ritorno, racconta Orit Zadikevitch a una delegazione di giornalisti italiani. Da sempre residente nel kibbutz, Orit ripercorre la storia della comunità, ricordando che negli anni Cinquanta non esisteva alcuna barriera con Gaza. “C’erano buone relazioni con gli abitanti. Negli anni 70 andavamo al mare a Gaza”, racconta. “Ma all’inizio degli anni Ottanta abbiamo iniziato a capire che non era più sicuro andare a Gaza. Nel 1987 – anno della prima Intifada – un amico di mio padre, Jamal, lo chiama per dire che non potevano essere più amici perché i leader dicevano di tagliare i legami”.
“Solo nel 2001 abbiamo iniziato a sentire parlare di Hamas con l’inizio dei lanci di razzi e abbiamo capito che stava iniziando una nuova era. Pensavamo fosse un piccolo gruppo e con il disengagement nel 2005 pensavamo in modo naif che ci sarebbe stato uno stop dei razzi”, prosegue. Il racconto cambia tono quando arriva al 7 ottobre. “Dimenticate tutto quello che ho detto prima”, dice Orit. “Alle 6:29 sono risuonate le sirene ininterrottamente per due ore. Eravamo sotto attacco e abbiamo avuto 15 secondi per andare nelle stanze sicure o nei rifugi”.
Lasciando Kfar Aza rimangono impresse resilienza, memoria e la volontà di guardare al futuro. Poco distante, lungo la strada 232 tra i kibbutz di Be’eri e Re’im, la cosiddetta “via della morte”, si trova il bosco dove il 7 ottobre si stava svolgendo il Nova Festival. Qui un’area è stata trasformata in memoriale con le fotografie delle vittime e i papaveri rossi (kalaniot) in ceramica, diventati il simbolo della memoria e della resilienza. Gli stessi papaveri compaiono anche al Tkuma, il cimitero delle auto, dove sono raccolti oltre 1.500 veicoli distrutti durante l’attacco. All’ingresso un murale con la scritta “Am Yisrael Chai” (“Il popolo d’Israele vive”) accoglie i visitatori. Il sito conserva la memoria della violenza di quel giorno e del tentativo di tanti civili di soccorrere e mettere in salvo le persone in fuga.
Un rappresentante di Zaka, Chaim Otmazgin, l’organizzazione israeliana di volontari che interviene dopo attentati e disastri, racconta che le squadre hanno recuperato 237 corpi e oggi vuole essere “la voce” di quelle vittime, 1.438 in tutto. Il commando arrivato da Gaza, afferma, “non voleva liberare la terra, perché i tipi di ferite inferte erano sistematiche. Le donne sono state colpite alle gambe, violentate, parti del corpo amputate. Immaginate quanto tempo hanno impiegato ad amputare. Un ragazzo è stato costretto a guardare la vivisezione della fidanzata e poi è stato ucciso”. Alcuni corpi, aggiunge, erano stati completamente bruciati: “sagome di cenere nera e solo i denti bianchi”. L’identificazione, ricorda, ha richiesto molto tempo perché in alcuni casi restavano soltanto le ceneri.
– Foto xr2/Italpress –
(ITALPRESS).










