La memoria del 7 ottobre vive anche nelle parole dei sopravvissuti

GIVAT Kobi (ISRAELE) (ITALPRESS) – “Quando ho visto cosa stava succedendo ho capito cos’è il diavolo”, racconta ai giornalisti italiani Mazal Tazazo, trentenne sopravvissuta al massacro del Nova Festival dopo essere stata colpita alla nuca, aver perso conoscenza e poi essersi finta morta. Secondo Mazal, al festival erano presenti circa tremila persone e i miliziani di Hamas non erano a conoscenza dell’evento, perché la località era stata comunicata ai partecipanti solo poche ore prima. “Al sorgere del sole, abbiamo visto il fumo dei razzi e la musica si è fermata. Siamo scappati in un’altra direzione e sentivamo i colpi di pistola. Era peggio di un film d’azione. Era l’inferno. Quando abbiamo sentito parlare arabo abbiamo capito, abbiamo cercato di coprirci con le foglie, perché era impossibile scavare la terra dura. Poi sono arrivati e ci hanno detto: ‘Alzatevi’. Ho pensato di morire e ho perso conoscenza e poi ho finto di non respirare. Era l’inferno. Impossibile dimenticare”.

Nel bosco del Nova Festival, tra i cartelli con le fotografie delle vittime, accarezzate dal fruscio delle foglie, Mazal racconta di trovare la forza di andare avanti grazie al figlio, ricordando che altri sopravvissuti, almeno 50 secondo i media locali, sopraffatti dal trauma, si sono tolti la vita. Nel suo racconto sostiene che nel commando “non c’erano solo uomini della forza Nukhba di Hamas, ma anche civili palestinesi venuti per documentare quanto accadeva. Un ragazzo in una telefonata alla famiglia si vantava di aver ucciso degli ebrei e pensava di essere venuto al mondo per ucciderli”, come confermato, afferma, dalle registrazioni audio di quel giorno.

“Si vantava di quello che aveva fatto come io avrei potuto fare se avessi chiamato mia madre dopo superato l’esame per la patente”, aggiunge. Mazal afferma che “Dio ha voluto salvarmi”, ricordando anche le grida di “Allahu Akbar” (Dio è grande) pronunciate dagli assalitori. “Circa 500 terroristi hanno compiuto un massacro per circa 8 ore. Tuttavia, il loro sacrificio ha salvato la vita a tanta gente perché i terroristi sarebbero andati in altri villaggi”. E conclude: “Dormo bene solo perché le Forze di difesa israeliane (Idf) sono a Gaza. Vogliamo vivere in pace”.

I luoghi colpiti il 7 ottobre distano pochi chilometri dalla Striscia e, da alcuni punti, Gaza è visibile a occhio nudo. Da Givat Kobi, nella città di Sderot, una collina a circa due chilometri da Beit Hanoun, la portavoce delle Idf, tenente colonnello Ariella Mazor, definisce il 7 ottobre “un attacco a sorpresa, un errore di calcolo e un fallimento di strategia”. Secondo Mazor, oggi l’approccio operativo è cambiato e “l’intenzione di fare qualcosa è abbastanza per reagire da parte delle Idf”, riferendosi ai movimenti ritenuti sospetti lungo la cosiddetta “linea gialla”, il limite fissato dall’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025. “Non consentiremo ai nemici, alle organizzazioni terroristiche, di stabilirsi vicino al confine”, afferma. L’ufficiale aggiunge che Israele sta rispettando gli accordi raggiunti con la mediazione statunitense e che ogni giorno entrano nella Striscia “circa 500-600 camion di aiuti, con forniture di cibo, acqua, medicine”.

“Sappiamo che finiscono nelle mani di Hamas e che li rivendono”, sostiene. Mazor ribadisce inoltre che le Idf “non vogliono colpire i civili”, ma accusano Hamas di utilizzare donne e bambini per testare le reazioni dei soldati. “La linea gialla serve per assicurarci che non possano rifare quello che hanno fatto”. Lo stesso concetto viene ribadito alla Knesset da Boaz Bismuth, deputato del Likud e presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa. Secondo Bismuth, “circa il 70% di Gaza è controllato dalle Idf” e la strategia punta alla creazione di una zona cuscinetto per impedire ai gruppi armati di tornare a ridosso del territorio israeliano. Lo stesso approccio, spiega, riguarda anche il Libano nei confronti di Hezbollah e la Siria. “Vogliamo vincere questa guerra per evitarne di altre. La guerra non piace neanche nei film. Ma alcune volte è inevitabile. E quando tenti però di evitarla, arrivi al 7 ottobre”, conclude il parlamentare, aggiungendo di avere “speranza verso il futuro”. È la stessa speranza evocata nell’inno nazionale israeliano (Hatikva) e nei luoghi visitati lungo il confine con Gaza, dove le armi continuano a colpire: una speranza che convive con una memoria ancora profondamente segnata dalla violenza e che, come i papaveri rossi tornati a fiorire nel Negev, prova lentamente a lasciare spazio al futuro.

– Foto xr2/Italpress –
(ITALPRESS).

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