Legge elettorale, i partiti tornano a trafficarci come un attrezzo da officina

di Raffaele Bonanni

Le forze politiche tornano a trafficare con la legge elettorale come con un attrezzo da officina: si regola la chiave inglese in base al motore del momento. C’è chi invoca un impianto più proporzionale e magari le preferenze, salvo poi pretendere il salvacondotto del capolista “blindato”: una scelta popolare tenuta sotto tutela del segretario. E c’è chi difende lo status quo, cioè il diritto di nominare i parlamentari a pacchetto chiuso, complice una normativa che da trent’anni sposta il baricentro della rappresentanza dalle periferie ai vertici. In entrambi i casi l’orizzonte non è il patto con gli eletto30ri, ma il vantaggio immediato di chi teme il prossimo giro.

Solo che l’oggi presenta il conto. Le regionali di novembre hanno mostrato un Paese che non si riconosce più nel rito: alle urne vota poco più del 40 per cento, minimo storico. Non è disamore astratto; è esperienza concreta di irrilevanza. Se il cittadino vede che i rappresentanti arrivano per designazione e non per mandato, il voto diventa un cerimoniale senza potere. E quando metà del corpo elettorale resta a casa, non è “stanchezza”: è un giudizio politico severo, una sfiducia razionale verso un sistema percepito come chiuso e autoreferenziale.

Qui sta il punto che i tecnicismi eludono. In una stagione di mutamenti epocali – economici, tecnologici, geopolitici – il degrado istituzionale non è folklore da talk show: è un rischio per la coesione e la stabilità del Paese. Per questo la discussione non può restare nei salotti televisivi o nei corridoi di Palazzo. Serve una deliberazione pubblica vera, città per città, capace di ascoltare il malessere e tradurlo in regole condivise: un nuovo patto tra politica e società.

E prima ancora di scegliere fra collegi, soglie o premi, va affrontata la vita interna dei partiti. I Costituenti li vollero strumenti di partecipazione e selezione delle classi dirigenti, non comitati elettorali chiusi. Finché restano serrati, governati da cooptazioni e filiere di fedeltà, non ci sarà ricambio; e senza ricambio la stabilità diventa immobilismo rancoroso. L’urgenza è tornare allo spirito dell’articolo 49 della Costituzione: democrazia interna, trasparenza delle decisioni, luoghi di formazione politica, regole contendibili. La legge elettorale, senza questa cura preliminare, sarà soltanto la cornice di un quadro già deteriorato.

La vera riforma comincia qui: restituire agli italiani la sensazione – e la realtà – che la scelta incida. Altrimenti riscriveremo l’ennesima norma per salvarci tra politici, mentre il popolo, molto semplicemente, se ne andrà. E una democrazia senza popolo è soltanto una forma vuota.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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