ROMA (ITALPRESS) – L’ambientazione è tracciata con precisione dall’autore: “La congrega dei 13” è un romanzo collocato nella Cuneo del 1956 e vede protagonista Puccio Melò, “commissario della Granda”, ovvero della provincia cuneese come è chiamata dai suoi abitanti. Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente dell’Associazione Lavoro&Welfare, sceglie queste coordinate spazio-temporali per il suo primo romanzo e le comunica al lettore già nelle prime pagine.
“Nel 1956 avevo 8 anni, e da Cuneo sono andato via 4 anni dopo, nel 1960. La mia esperienza cuneese è stata quella dell’infanzia”, dice Damiano in un’intervista all’agenzia Italpress, precisando subito che “in questo romanzo c’è qualcosa che ricorda la nostalgia”. Un luogo e un tempo, dunque, che lo scrittore ha voluto ripercorrere ad anni di distanza, in un’opera che si inserisce a pieno titolo nella letteratura d’autore per pregio e complessità.
Il genere è un noir che riprende, nella trama e nello svolgimento, strutture e stilemi “alla Agatha Christie”, come riconosciuto dallo stesso Damiano: “Non è un giallo d’azione, è un giallo di pensiero, un giallo di ricostruzione alla Agatha Christie. Si svolge in luoghi relativamente chiusi, nell’ufficio di polizia, nella villa del primo assassinato, un mago dalla vita piuttosto oscura”. Anche il linguaggio scelto, un pastiche “sperimentale” italo-piemontese, si inserisce nel solco di predecessori del calibro di Gadda o Camilleri.
Il linguaggio diventa esso stesso protagonista del romanzo accanto ai personaggi, e viene utilizzato anche dalla voce narrante. Una lingua viva che descrive e rispecchia allo stesso tempo il territorio che racconta, a cominciare dal “cibo, il vino, il modo di servirlo: il modo di versare il Barolo nelle caraffe riscaldate e ripulite con il panno adatto”, come spiega ancora Damiano.
“Nello scrivere non ho la pretesa di interpretare la corretta lingua piemontese, ma la riporto come la sentivo allora – osserva – E’ più la scelta di un suono, di una percezione che aveva un ragazzino come me, all’età di 8 anni”.

La stessa percezione viene trasmessa al lettore quando viene tratteggiato l’affresco sociale dell’epoca. “I personaggi sono realmente esistiti – dice Damiano – i luoghi sono realmente esistenti, e il tessuto sociale è ricostruito nel romanzo sulla base di quello che era all’epoca”. E quindi non mancano i richiami alle marche “famose” del tempo, ai riti della quotidianità della vita di provincia, ma anche e soprattutto ai rapporti interpersonali e alle loro dinamiche.
Un mondo, insomma, da cui l’Italia di oggi proviene ma da cui si discosta in modo irreversibile per molti aspetti. “Se mi chiede cosa è rimasto di quel mondo, direi che purtroppo non è rimasto molto”, osserva Damiano che precisa però “che non si tratta” di rimpianto. “E’ un mondo che semplicemente non può essere riproposto. Ci sono stati dei cambiamenti epocali nel frattempo, soprattutto con le accelerazioni che abbiamo vissuto nei tempi più recenti”, spiega ancora. In questi decenni, secondo l’autore, “siamo passati dalla comunità all’individuo, dalla comunità alla giungla, dal ‘noi siamo’ all’io sono. E soprattutto siamo passati dalla ricerca di un orizzonte di valori alla più gretta ricerca del dio denaro”.
Sempre secondo Damiano, “non è possibile tornare indietro, ma dobbiamo ‘inventarci un mondo’ che sia migliore” di quello che stiamo costruendo. “Questo è lo stimolo che io credo derivi dalla riflessione sul passato: il passato non può essere riprodotto, ma sicuramente ci può insegnare che la vita è anche fatta di valori”, spiega l’autore, che infine ripropone un’espressione piemontese contenuta nel romanzo. “Se la domanda è: Cuma l’è, ‘come va’, la riposta è una sola: Suma sì, ovvero ‘siamo qui’. E non è uno stare fermi, ma vuol dire ‘siamo arrivati fin qui, nonostante le avversità’. La percezione di avere fatto un percorso è anche il senso che il libro vuole ispirare”, conclude Damiano.
– Foto in alto Italpress; foto interna copertina libro –
(ITALPRESS).










