ROMA (ITALPRESS) – Dopo un dispiegamento militare così imponente, “Trump non poteva permettersi un esito ambiguo: doveva uscire con un risultato, o diplomatico o militare. Poiché il negoziato non ha prodotto un accordo coerente con le richieste americane, l’opzione militare è rimasta l’unica via politicamente praticabile”. E’ l’opinione dell’ambasciatore Ettore Francesco Sequi, già segretario generale della Farnesina, intervistato dall’agenzia Italpress.
Secondo il diplomatico, il fallimento del negoziato non è stato casuale. “C’erano due problemi strutturali. Il primo era il tempo. Trump non è un presidente della pazienza strategica; l’Iran invece cercava di guadagnare margini e allungare il negoziato, là dove Washington voleva una decisione rapida. La mancata sincronizzazione temporale ha reso inevitabile la rottura”, ha osservato.
Il secondo problema strutturale era, secondo Sequi, la stessa natura dell’accordo. “Gli Stati Uniti, sostenuti e ispirati da Israele, volevano un’intesa onnicomprensiva: nucleare, missili balistici, sostegno ai proxy regionali, con concessioni limitate sulle sanzioni. Per l’Iran questo era troppo. Il nucleare rappresenta la deterrenza strategica di lungo periodo; i missili sono oggi l’unica vera deterrenza tattica rimasta; la rete dei proxy, pur indebolita, costituisce la profondità strategica, cioè la capacità di spostare il conflitto lontano dal territorio iraniano”, ha precisato Sequi, secondo cui la maggiore urgenza per Teheran era la rimozione delle sanzioni, “che pesano in modo catastrofico” sulla tenuta economica e sociale. “Era più flessibile sul nucleare ma escludeva missili e rete regionale. L’incompatibilità tra un accordo totale richiesto da Washington e uno limitato voluto da Teheran ha reso lo scontro inevitabile”, ha aggiunto.
Le conseguenze dell’attacco all’Iran si giocano ora su tre piani, secondo il diplomatico: Iran, Israele e Golfo. “Per l’Iran la priorità è sopravvivere strategicamente. Deve dimostrare capacità di ritorsione per non perdere deterrenza, ma al tempo stesso evitare un’escalation fuori controllo che metta a rischio il regime. Se percepisce che l’obiettivo reale è il cambio di regime, Teheran mirerà a una guerra prolungata che mobiliti tutte le risorse: proxy, pressione sulle basi americane nel Golfo, destabilizzazione regionale, scardinamento dei flussi commerciali attraverso Harm e lo stretto di Bab el Mandeb, risposta balistica per provocare danni in Israele e un costo militare verso il nemico”, ha osservato Sequi.
“Per Israele la dimensione è esistenziale. Iran e Israele si percepiscono reciprocamente come nemici strategici di lungo periodo. Per Tel Aviv l’obiettivo non è solo ridurre la minaccia nucleare o missilistica, ma indebolire strutturalmente, e possibilmente far cadere, un regime considerato una minaccia permanente alla propria sicurezza. Il problema ora non è colpire, ma assorbire la risposta e impedire che il conflitto si trasformi in logoramento regionale”, ha proseguito. “Per il Golfo la situazione è estremamente delicata. La loro principale risorsa è la stabilità. In particolare l’Arabia Saudita ha bisogno di stabilità per realizzare Vision 2030, che richiede investimenti, fiducia dei mercati, prevedibilità regionale. Una crisi prolungata nel Golfo aumenta il rischio sistemico: premi assicurativi, costi logistici, volatilità energetica, instabilità politica. Non serve chiudere Hormuz per produrre instabilità; basta rendere il rischio permanente”, ha infine precisato il diplomatico, secondo cui “la vera variabile” ora è la durata. “Se resta una crisi breve, è coercizione. Se diventa attrito regionale prolungato, accompagnato dal tentativo di cambiamento di regime in Iran, è trasformazione dell’equilibrio mediorientale”, ha concluso Sequi.
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