di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Il futuro non aspetta le leggi. E il potere, quando trova uno spazio vuoto, lo occupa. È questo il punto politico dell’intelligenza artificiale che rischiamo di vedere troppo tardi. Non siamo davanti soltanto a una nuova tecnologia, ma alla formazione di un nuovo sistema di potere. Chi controllerà capacità di calcolo, dati, infrastrutture e modelli avanzati non possiederà semplicemente imprese più efficienti. Avrà una leva sulla produzione, sulla conoscenza, sul lavoro e sulle decisioni.
Aspettare, dunque, non è neutralità. È una scelta. Significa consentire che siano i rapporti economici a disegnare il campo sul quale la politica, domani, tenterà di intervenire.
Conosciamo già questo errore. Le piattaforme digitali sono diventate gigantesche mentre istituzioni e legislatori discutevano su come definirle. Quando sono arrivate le regole, capitali, dati, utenti e influenza erano già concentrati. Si è regolato un potere dopo avergli consentito di diventare potere.
Con la super-intelligenza artificiale sarebbe irresponsabile ripetere lo stesso copione. Non basta contare i mestieri destinati a cambiare o scomparire. È una contabilità difensiva. La questione vera è chi possiederà le macchine capaci di sostituire una quota crescente di lavoro cognitivo, chi stabilirà gli obiettivi, chi raccoglierà i guadagni di produttività e chi avrà la forza di negoziarne la distribuzione.
OpenAI parla di prosperità condivisa, sicurezza e democratizzazione dell’accesso. Sono obiettivi importanti. Ma tra dichiarare un principio e costruire un ordine sociale c’è di mezzo la politica. Nessun algoritmo contiene al proprio interno la giustizia distributiva. Nessun mercato, lasciato a sé stesso, ha il compito di correggere automaticamente le concentrazioni di potere che produce.
La risposta deve quindi precedere il problema. Antitrust prima dei monopoli. Regole sui dati prima della loro definitiva concentrazione. Partecipazione dei lavoratori prima che le ristrutturazioni vengano presentate come fatti compiuti. Formazione prima dell’espulsione delle competenze. Contrattazione prima che i guadagni di produttività abbiano già trovato una sola destinazione. E c’è una seconda emergenza, meno visibile ma altrettanto politica: l’ignoranza.
Stiamo consegnando strumenti potentissimi a una società che spesso non possiede ancora le categorie per comprenderli. Da una parte la propaganda del miracolo tecnologico, dall’altra la retorica della catastrofe. In mezzo dovrebbe esserci il cittadino consapevole. Troppo spesso non c’è. Serve un’alfabetizzazione di massa sull’intelligenza artificiale.
Non un corso per specialisti, ma una nuova educazione civile. Scuola, università, imprese, sindacati, informazione e istituzioni devono spiegare che cosa queste tecnologie possono fare, dove falliscono, quali interessi muovono e come cambiano il potere. Perché una società che non comprende una tecnologia destinata a trasformarla non è libera di scegliere. Può soltanto adattarsi.
La super-IA può produrre più salute, sapere, ricchezza e produttività. Può anche costruire una concentrazione di comando senza precedenti. Ecco perché il problema non è la tecnologia che accelera. È la politica che osserva. La domanda non è se arriveranno regole. Arriveranno. La domanda è se arriveranno quando serviranno ancora. Perché quando qualcuno ha già occupato il futuro, governarlo diventa molto difficile. Alla politica resta il ruolo peggiore: negoziare con il vincitore.
-Foto IPA Agency-
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