L’Europa continua a confondere la propria ricchezza con il potere

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – La sovranità non si proclama. Si esercita. E l’Europa, gigante economico e nano politico, continua a confondere la propria ricchezza con il potere. Ventisette governi, ventisette vulnerabilità: il mondo tratta con le nostre divisioni, non con la nostra forza. Gas, tecnologie, materie prime, difesa, rotte commerciali: sono i fronti di una stessa battaglia. Chi dipende da un unico fornitore, da una capitale straniera o da una piattaforma digitale non è libero. Può sventolare tutte le bandiere che vuole: la sua sovranità resta in affitto. È su questo terreno che si misura anche la novità politica italiana. Le recenti coraggiose e condivisibili affermazioni di Giorgia Meloni sul gas russo, sul rapporto Trump-Putin e sui rincari energetici rompono qualche automatismo. Ma la prova vera è distinguere l’alleanza dall’obbedienza. Essere atlantici non significa rinunciare a pensare da europei. E sostenere l’Ucraina significa anzitutto non dimenticare chi ha invaso chi. Le etichette di partito servono sempre meno. Salvini non coincide con tutta la Lega; le opposizioni ospitano europeisti convinti ed antioccidentali veri o mascherati. Il confine politico passa altrove: fra chi applica gli stessi principi a tutti e chi cambia indignazione secondo il bersaglio. Vale per il Medio Oriente.

Non si possono denunciare le violazioni del diritto internazionale e tacere sulle repressioni iraniane, sulle donne e sugli oppositori uccisi, sul sostegno di Teheran a Hamas, Hezbollah e Houthi. Né si può invocare la sicurezza di Israele ignorando i diritti dei palestinesi e la vita dei civili. I principi a geometria variabile sono propaganda, non politica estera. L’Europa ha università, industria, scienza, capitali e una tradizione costituzionale che altri continenti ci invidiano. Eppure disperde investimenti, moltiplica veti e delega ad altri le decisioni cruciali. Non serve fantasticare su complotti universali: alle potenze autoritarie, ai monopoli tecnologici e agli interessi opachi basta un continente frammentato. La nostra debolezza è già il loro vantaggio.

Per questo la federazione europea non può restare un’invocazione da convegno. Servono istituzioni democratiche che decidano, una difesa comune, investimenti strategici, una politica estera riconoscibile. E servono controlli sul potere economico e digitale. Senza responsabilità verso gli elettori, anche l’integrazione diventa una tecnocrazia senz’anima.
Qui può nascere una nuova convergenza, trasversale alle vecchie famiglie politiche. Ma sarebbe sterile se parlasse soltanto di geopolitica.

Salari, produttività, disuguaglianze e partecipazione non sono un capitolo secondario: sono la condizione perché i cittadini riconoscano nell’Europa una casa, non un apparato.
Non abbiamo bisogno di un nazionalismo più grande. Abbiamo bisogno di una democrazia capace di pesare. Il passato ha dato all’Europa una civiltà. Il futuro non le regalerà una voce. Quella, finalmente, dovrà costruirsela.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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