di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Continuare a discutere di sanità contando posti letto, medici e miliardi significa guardare il futuro con gli strumenti del passato. Certo, servono risorse e liste d’attesa accettabili. Ma non basteranno. L’Italia sta entrando in una penuria demografica destinata a cambiare produzione, welfare, previdenza e domanda sanitaria. Eppure la politica continua a trattare ogni problema come se abitasse in una stanza separata.
È questo l’errore da rompere. Viviamo più a lungo e nascono meno italiani. Nel 2025 la speranza di vita è arrivata a 81,5 anni per gli uomini e 85,6 per le donne. Gli ultrasessantacinquenni sono già oltre un quarto della popolazione e nel 2050 potrebbero avvicinarsi al 35%. Non è semplicemente invecchiamento. È il rovesciamento dell’equilibrio sul quale abbiamo costruito sanità, pensioni e mercato del lavoro. Possiamo subirlo oppure governarlo.
La prima rivoluzione riguarda la salute. La medicina ha allungato la vita; adesso la politica deve occuparsi della qualità di quegli anni. Curare sempre più patologie prodotte anche da sedentarietà, cattiva alimentazione, solitudine e prevenzione insufficiente è economicamente insostenibile prima ancora che socialmente miope.
La nuova sanità deve quindi cominciare molto prima dell’ospedale. Deve entrare nelle abitudini quotidiane. L’alimentazione non può restare materia per campagne generiche: metabolismo, massa muscolare e fabbisogni cambiano con l’età. Occorrono educazione alimentare mirata, attività fisica appropriata, controlli, informazione e medicina territoriale capaci di accompagnare le persone durante l’intera vita. Prevenire deve diventare organizzazione ordinaria del servizio pubblico. Ma c’è un’altra prevenzione di cui quasi nessuno parla: mantenere le persone attive.
In un Paese con pochi giovani, imprese che cercano professionalità e mestieri nei quali il ricambio si interrompe, considerare automaticamente inutilizzabile chi raggiunge la pensione è uno spreco assurdo. Esperienza, competenze e relazioni costruite in quarant’anni di lavoro non possono essere mandate al macero per una data sul calendario.
Questo non significa innalzare surrettiziamente l’età pensionabile. La pensione è un diritto e tale deve restare. Significa offrire, a chi vuole e può, una possibilità aggiuntiva.
Qui deve entrare la contrattazione. I CCNL possono costruire forme volontarie e tutelate di attività dopo il pensionamento: tutoraggio, formazione dei giovani, consulenza, affiancamento e trasmissione dei mestieri. Orari ridotti, compiti adeguati, incentivi fiscali e previdenziali e una barriera invalicabile: mai sostituire occupazione ordinaria o comprimere il lavoro giovanile.
La questione, dunque, non è decidere separatamente quanto spendere per la sanità, quando andare in pensione o dove trovare lavoratori. È decidere quale società organizzare quando la popolazione attiva diminuisce e la vita si allunga. Sanità, previdenza, welfare, produzione, contrattazione e cultura alimentare sono ormai facce della stessa questione demografica. Tenerle separate produce costi, inefficienze e sprechi di professionalità.
La longevità può diventare una gigantesca fattura da pagare oppure una risorsa da organizzare. Difendere gli schemi del Novecento non significa proteggere il welfare. Significa prepararlo al fallimento.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









