di Andrea Colucci
ROMA (ITALPRESS) – Una tecnologia nata per proteggere un confine può servire a monitorare un’alluvione. Un sistema pensato per la sorveglianza può aiutare a prevenire un disastro ambientale. È questa, in fondo, la logica del dual use: competenze, infrastrutture e innovazioni capaci di rispondere tanto alle esigenze della difesa quanto a quelle della società civile. Una contaminazione che nell’aerospazio non rappresenta un’eccezione, ma una delle principali direttrici dello sviluppo tecnologico.
Il caso italiano di COSMO-SkyMed è emblematico. La costellazione radar promossa dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero della Difesa, realizzata grazie al contributo di Leonardo, Thales Alenia Space e da una parte importante di filiera industriale, risponde a esigenze di sicurezza ma offre anche strumenti preziosi per la protezione civile, la tutela del territorio e il monitoraggio delle emergenze. Lo dimostra, fra gli altri, l’impiego dei dati satellitari per seguire la frana di Niscemi. La stessa capacità di osservazione può dunque tradursi in sicurezza nazionale oppure in una risposta più tempestiva a un rischio per i cittadini.
Ma il dual use non è una strada a senso unico, dalla ricerca militare a quella civile. Vale anche il percorso inverso: sensori, materiali avanzati, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e tecnologie spaziali sviluppati per applicazioni commerciali possono contribuire alla resilienza delle infrastrutture e alla sicurezza collettiva. Per questo la partita non riguarda soltanto i grandi gruppi industriali. Coinvolge un tessuto di imprese private, startup e soprattutto piccole e medie aziende, spesso depositarie di competenze altamente specialistiche, senza le quali l’innovazione rischierebbe di fermarsi prima di diventare realtà.
È tuttavia una crescita, proprio perchè può coinvolgere potenzialmente molti soggetti, che impone alcuni punti di attenzione. La disponibilità di dati satellitari, piattaforme e tecnologie strategiche non può tradursi in una dipendenza eccessiva da pochi operatori. Servono investimenti, regole trasparenti, interoperabilità e una concorrenza capace di preservare l’accesso al mercato anche per le realtà più piccole.
L’autonomia tecnologica europea non si costruisce semplicemente sostituendo un monopolio esterno con una concentrazione interna: richiede un ecosistema industriale aperto, robusto e diversificato.
In questa prospettiva assume un rilievo particolare il ruolo della ricerca pubblica. Il CIRA – Centro Italiano Ricerche Aerospaziali – lavora su ambiti naturalmente trasversali, dai sistemi autonomi alla sicurezza del volo, dall’intelligenza artificiale alle tecnologie ipersoniche e spaziali. Nel Piano Strategico 2026-2028 il Centro riconosce esplicitamente la crescente importanza del dual use e punta a rafforzare il collegamento fra ricerca, industria e difesa, anche valorizzando il proprio ruolo di centro di test per NATO DIANA e l’accreditamento accreditamento nella “Defence Test & Evaluation Base” nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa. Una funzione che può favorire il trasferimento tecnologico e offrire opportunità concrete all’intera filiera.
La sfida, allora, non è scegliere fra ricerca civile e ricerca militare, ma fare in modo che il dialogo fra le due produca conoscenza, sicurezza e sviluppo. Perché una tecnologia è davvero strategica non soltanto quando protegge un Paese, ma anche quando migliora la vita delle persone. Un obiettivo che richiede anche regole all’altezza dell’innovazione. Come ha ricordato il presidente del CIRA, Tommaso Edoardo Frosini, al BEX di Rimini dello scorso settembre, occorre un quadro normativo chiaro e prevedibile, capace di tutelare l’interesse pubblico senza frenare gli investimenti, soprattutto quelli di PMI e startup. Perché sicurezza, competitività e progresso possono crescere insieme soltanto in un sistema aperto, responsabile e sostenibile.
– Foto Ipa Agency –
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